martedì 18 giugno 2019

Oltre la democrazia

La storia dei sistemi politici, al di là delle controtendenze e dei ricorsi, vede il passaggio da varie forme di monarchia e oligarchia, potere di uno o di pochi, alle attuali democrazie, potere di tutti. Sorvolando sul fatto che questo potere continua in realtà ad essere distribuito in modo assai diseguale, specie se si considera il mondo intero con la sua gran parte povera, immaginiamo che davvero il popolo tutto goda di buone disponibilità economiche, di accesso alla conoscenza, di libertà di pensiero ed espressione. Sarebbe dunque fatta? Meta raggiunta? No, perché se nei confronti delle entità naturali questo popolo, la specie umana, si comporta come sfruttatore a oltranza, asservendole e schiavizzandole per un'insaziabile cupidigia, si resta alle prese con la sopraffazione, stavolta non dell'uomo sull'uomo, ma di miliardi di uomini sulla natura. Ed è questa la più letale delle sopraffazioni. Oltre la democrazia c'è dunque la fisiocrazia, non quella di Quesnay, ma quella che consiste nel restituire alla natura, alla Terra, il potere che le abbiamo indebitamente sottratto.






mercoledì 27 marzo 2019

Il diritto del più debole

   Consideriamo l’ordine concettuale corrente in merito a questi due ordini opposti di proprietà:

   A. Forza, potere, superiorità / B. Debolezza, impotenza, inferiorità.

   Elenchiamo ora dieci possibili attribuzioni di queste proprietà contemplanti l’essere umano:

   1. Adulto / Infante
   2. Giovane / Vecchio
   3. Sano / Malato
   4. Padrone / Lavoratore
   5. Ricco / Povero
   6. Uomo / Donna
   7. Eterosessuale / Omosessuale
   8. Uomo bianco / Uomo nero
   9. Uomo civilizzato / Uomo primitivo
   10. Uomo / Animale.

   Alcune di queste opposizioni ai più ripugnano al solo pensarci, in particolare quelle che sono connotate da discriminazione razziale o sessuale, poiché storicamente associate alle vessazioni. Tuttavia nessuna di queste coppie è scevra dal fenomeno della vessazione del primo membro sul secondo, al massimo sono più o meno diffuse e più o meno violente.

   Il primo termine dell’opposizione può liberamente disporre della propria superiorità relativa al secondo in due modi a loro volta opposti:

   X. Rispetto, empatia, amicizia / Y. Abuso, disprezzo, utilizzo.

   Il modo X deriva da una qualità che nel modo Y è assente, cioè la coscienza del fatto che la debolezza, l’impotenza, l’inferiorità di B sono più apparenti che reali. Essere vulnerabili, infatti, non significa certo non avere valore, come un vaso della miglior porcellana, antica cinese o Sèvres che sia, non è che valga poco o nulla perché si rompe con grande facilità. Non c’è ragionamento più grossolano, eppure è ciò che succede ogni giorno, ogni volta che un “forte” opprime un “debole”. Consideriamo infatti l’elenco dei membri B: infanti, vecchi, malati, lavoratori, poveri, donne, omosessuali, neri, primitivi, animali. Sono molte le parole con cui esprimere i valori posseduti: innocenza, tenerezza, tenacia, pazienza, esperienza, bellezza, zelo, sensibilità, affettuosità, vivacità, naturalezza, e potremmo proseguire. L’esercizio della violenza procura all’oppressore un immediato godimento, ma nella bilancia generale, nel calcolo assiologico dell’insieme cosmico, è soltanto una perdita, ecco perché rifiutare e scongiurare tale esercizio sono atti etici, o eroici.

domenica 4 novembre 2018

Costituzione, rivoluzione


  La Costituzione italiana inizia con una definizione. L’essere delle leggi è il dover essere, qui perciò la definizione non è, anzitutto, descrizione, ma ciò che esige attuazione, in quanto, per esperienza e pensiero, in esso si vede un bene non spontaneamente compiuto, non sempre e non ovunque. A essere definito è il Paese, l’Italia, e i concetti che compongono la definizione sono: repubblica, democrazia, lavoro, sovranità, popolo. Questi concetti si danno per evidenti e acquisiti; solo a quello di sovranità, con il secondo comma, è data una specificazione, onde escluderne il tipo illimitato, assoluto. Di fondo, il concetto a cui la norma si ispira è parità. La repubblica è diversa dalla monarchia, anche da quella costituzionale, perché nessuno vi nasce nobile, predestinato al comando o all’autorità. La democrazia è la diffusione del potere nella popolazione. Il lavoro è fondamento perché bisogna che ognuno contribuisca al benessere generale. C’è una sovranità, seppur relativa, e questa è attribuita al popolo, non a questa o a quella élite. Nell’essenza, dunque, l’articolo uno dice: la parità è bene. Ciò è del tutto comprensibile: il costituente è come un padre, e un buon padre non usa disparità, vuole il bene per i propri figli in egual misura. Questa misura, tuttavia, non può essere la più alta in termini di ricchezza. Qualora sessanta milioni di persone disponessero ciascuna di un patrimonio attorno ai venti miliardi, come Ferrero o Del Vecchio, sarebbero esaurite le risorse non solo dell’Italia ma di un bel pezzo di mondo, si provocherebbe cioè una catastrofe infernale. Sul piano economico, la parità dev’essere dunque commisurata a una certa medietà, meglio ancora a una certa sobrietà. La deduzione è semplice: senza l’abolizione delle grandi ricchezze, non c’è attuazione della carta costituzionale. Essa vuole una rivoluzione, e non c’è modo di fuggirne sostenendo che non contano i patrimoni ma i diritti fondamentali, come se il ricco si distinguesse dal povero solo per l’accesso ai beni voluttuari, e non anche per quelli a una sanità, a un’istruzione, a una difesa nettamente superiori.




martedì 16 ottobre 2018

Il senso


   “Quale pianeta ha più valore, Venere o Marte?” La domanda da me posta appare alquanto bizzarra. La rivolgo al signor X, che non ha tempo da perdere e la lascia cadere. Provo con altri due che, più benevolmente, provano a rispondere, in base a ciò che sanno di quei pianeti. Il signor A, dopo una breve riflessione, dà il primato a Marte, essendogli giunta notizia che potrebbe esservi acqua, o almeno esservi stata; e poi, Marte ha due satelliti, Foibos e Demos, mentre Venere non ne ha alcuno. Tuttavia, Venere è più grande e più luminoso di Marte, per cui il signor B dice Venere. Con il pareggio si direbbe dunque confermata l’impressione che quella domanda fosse un giochetto vacuo, ma è interessante come i signori A e B, nei loro responsi, abbiano dato importanza a certe qualità più che ad altre. A loro avviso, grandezza, luminosità, pluralità di elementi conferiscono valore all’ente, in altri termini potere di condizionamento, poi tutto sta nel dosaggio di tali qualità. Quanto alla domanda: “i giudizi di questo tipo sono oggettivi o soggettivi?” la risposta è: sono oggettivi nella misura in cui i mezzi percettivi dell’essere umano, la sensibilità in primis, e di seguito la ragione, formano un concetto dell’ente, una sua riproduzione mentale. Se le risposte di A e B sono diverse non significa che una sia valida e l’altra no, ma semplicemente che i due non hanno pensato alle stesse qualità dei due enti proposti a oggetto.  Essi, nel nostro concetto, si somigliano più che differenziarsi. Se nella domanda fossero invece compresi la Terra e uno qualunque tra i pianeti del sistema solare, balzerebbe agli occhi il fatto che nell’una pullula la vita in milioni di specie differenti, compresa la nostra, mentre negli altri essa è del tutto assente. Ciò non toglie che il signor X, già infastidito dal precedente interrogativo, neghi che questo secondo abbia maggior senso, mentre A e B concordano nell’idea che la Terra abbia incomparabilmente più valore di ogni altro pianeta. Questa volta la differenza di vedute è tanto rilevante dal porre l’una o l’altra nel novero dell’errore: non possono avere ragione tanto X quanto AB, e io, schifando l’aria da intellettuale del primo, ne trovo maggiormente nei secondi, gente semplice.
   La pluralità dei modi dell’essere è la massima distanza dal nulla, e io mi riconosco nell’heideggeriano pastore dell’essere. La superiorità della Terra entro il sistema solare, o meglio, entro tutta l’area ancora da misurare ove non vi sono organismi, si deve alla presenza su di essa di modi d’essere assenti in ogni dove, quelli che la tassonomia biologica si sforza di classificare; sarebbe notevole anche se non vi strisciassero che poche cellule, ma il dominio degli eucarioti, comprendente anche le piante, gli animali e quindi l’uomo, rende gigantesco il divario. Sulla Terra vi è poi un altro modo ontico, quello delle opere umane, il cui aumentare cambia la faccia del pianeta. Esse, quando sono frutto di ingegno, operosità, genio, costituiscono un valore aggiunto, ma solo fino a quando non iniziano a intaccare la biosfera, com’è invece accaduto. L’espansione della tecnica porta con sé quella della nostra specie, ma ciò passa per lo sfruttamento della natura, la cui estensione diminuisce, finché non solo si annulla il vantaggio dell’uomo, fino a rovesciarsi nel suo contrario, ma diminuisce il valore stesso della Terra.
   Coscienza ontica è dunque competenza assiologica, da cui pienezza di senso per l’azione, direzione morale. Dal momento in cui è acquisita, non serve più cercare questo senso, senza il quale l’uomo si fa strumento della distruzione generale, fuori dal sapere, nell’immaginazione mitopoietica su cui poggiano le religioni. Agire nell’amore, nell’ammirazione, nel contributo, nella difesa dell’essere, nella consapevolezza del valore di ogni ente, è filosofia pratica.

martedì 21 agosto 2018

Destino

  Il pensiero che vaga liberamente, stanco dei freni, stanco di credere alle stranezze sacrali entro cui una certa religione lo teneva in custodia. Dove va? È un bene o un male che quel cervello pensi, senza riverenza verso ciò che i pedagoghi vi introdussero quand’era fanciullo, senza dare per certo che le opinioni prevalenti nella società siano quelle giuste, le migliori possibili? Indubbiamente c’è qui un pericolo, e non da poco. Salvo un miracolo, l’errore è garantito, e può essere tanto grave da cagionare danni irrimediabili, a sé e agli altri, se non la morte prematura, la propria, quella d’altri, quella del mondo. Sì, forse era meglio credere alle favole, quelle che avevano la virtù di trattenere l’uomo dalle brame deleterie, tranquillizzandolo con l’immagine fantastica di un’estensione più grande di ogni possibile estensione terrena, infinita, nell’oltremondo. Certo, questo è viver come bruti, ma meglio bruti, o incompleti, che rovinati o morti. Poi c’è l’ideale: il pensiero che, nel suo libero volo, arriva a comprendere tutto ciò che deve assolutamente comprendere, e lo fa prima che sia troppo tardi.

martedì 7 agosto 2018

Revisione del peccato


    La dualità ordinario – straordinario corrisponde a un fatto non solo nella manutenzione di certi oggetti, ma anche in psicologia, e ciò in riferimento alla soddisfazione. Le cause, rispettivamente, sono dette naturali o culturali. La soddisfazione ordinaria è comune a tutte le specie viventi: essa risponde a esigenze basilari, che si ripresentano nel corso della vita, con frequenze diverse, quali respirazione, idratazione, alimentazione, escrezione. Altra è la soddisfazione procurata da un incremento della propria estensione spazio - temporale, che è consentita da una manipolazione di enti naturali, frutto d’ingegno, la creazione di oggetti variamente funzionali. La soddisfazione naturale è il portato della conservazione di sé, mentre quella straordinaria, culturale, è dovuta alla propria espansione nello spazio - tempo. Storicamente, l’uomo europeo è il primo soggetto in cui la tendenza all’espansione, in molteplici direzioni, si è manifestata nel modo incessante a noi ben noto; egli l’ha poi trasmessa, o imposta, al mondo tutto, originando l’attuale situazione planetaria. La popolazione umana è (2018) di circa sette miliardi e mezzo, e aumenta costantemente. Di questi, i più non desiderano semplicemente nutrirsi, ma anche deliziare i propri palati; non solo vestire i propri corpi, ma sfoggiare capi alla moda; non solo muoversi da un luogo a un altro nelle vicinanze, con calma, ma raggiungere velocemente e comodamente qualsivoglia parte del pianeta. Ciò avviene in misura ineguale nella popolazione, secondo come disposto dalla dea Fortuna. Molti si concedono più libertà di quanto non accadrebbe se ad essa fosse sempre ben unito il rispetto, anche nei confronti delle entità naturali. Il costo di tutto ciò ha finito da tempo di essere una questione del tutto interna alla nostra specie. L’aria e l’acqua si inquinano per i residui industriali e intestinali, il mare si riempie di plastica, il suolo si inaridisce, la varietà floristica e faunistica si riduce. Le ripercussioni di tale processo espansivo sono ormai manifeste, sotto forma di disagio generale, di intossicazioni e tumori, di decessi innaturali. Senza un’inversione di tendenza, senza la coscienza, l’impegno di tutti, la Terra comincerà ad assomigliare a Marte o a Venere, e di ciò l’uomo sarà al contempo causa e vittima.

   Tornando alla psicologia, se ne conclude che la soddisfazione straordinaria, almeno nella fattispecie comune, concreta, è ingannevole. Ecco dunque rivisto il peccato alla luce della ragione, fuori dalla teologia.


 

lunedì 19 marzo 2018

Il governo governato

  Nihil est sine ratione, diceva Leibniz; detto diversamente, tutto ciò che esiste ha una causa, o meglio una serie di cause efficienti. I governi esistono, quindi anche l’azione di governo sottostà a questa legge ontologica. Da indicare, tra le cause del governo, il diritto grazie a cui certe persone governano: in passato, esso veniva da azioni di forza, da eredità o da elezioni oligarchiche, oggi prevale il suffragio universale, domani chissà. Se tuttavia ci atteniamo alla causa immediata dei governi, questa non è altro che la coscienza dei governanti, e l’elemento essenziale di tale coscienza è o dovrebbe essere il concetto del bene, quello della Nazione, del popolo, insomma il bene generale. Nel corso dei secoli, le società umane hanno individuato nell’elezione popolare il mezzo che più di tutti dà alle nazioni un governo mosso da questo concetto, eppure è del tutto evidente che, ancora una volta, il perseguimento del bene non è garantito. Compiuta l’opera di persuasione, difatti, nelle aule governative la voce del popolo comincia spesso a giungere flebile, o distorta, mentre è stentoreo il richiamo degli affaristi, ai quali tali politici finiscono col somigliare, quando non sono addirittura la stessa persona. Nulla di intrinsecamente malvagio nell’abilità ad arricchirsi, ma una politica che, anziché includerne le dinamiche nella propria azione di governo, si fa governare da chi la possiede, non è più rispettabile delle politiche che ci siamo lasciati alle spalle.








martedì 27 febbraio 2018

Essere o non essere onesti

«Purtroppo sono onesta», sentii dire un giorno da Marta, una studentessa che aveva appena saldato un debito, per via di un’utenza presso un’abitazione da lei lasciata un paio di mesi prima. L’accordo era meramente fiduciario, ed io, con intento elogiativo, le avevo fatto presente che, in quei casi, si trova spesso chi se ne infischia e sparisce senza aver pagato, certo di non subirne conseguenze perniciose. La risposta della giovane mi giunse come una nota stonata, e il mio tentativo di rettificarla non fu abbastanza efficace. Quel “purtroppo” anteposto all’aggettivo manifestava l’idea che la disonestà paghi assai più del suo opposto, cioè che l’essere onesti sia un difetto, o una condanna. Un’onestà come quella di Marta lascia molti dubbi, poiché sembra dovuta alla debolezza anziché alla forza d’animo, e avere come effetto la frustrazione, non certo l’orgoglio. Del resto, crescere in un Paese dove figure condannate per frode, peculato e corruzione occupano indisturbati cariche di grande rilievo nella pubblica amministrazione, nelle quali vengono confermati persino dal voto popolare, non aiuta ad acquisire un differente concetto di questa virtù. Appena, però, si diventa coscienti che se non fosse per gli atti onesti, e più in genere per quelli eticamente responsabili, la società e la cultura neppure esisterebbero, non si può ripudiare né sottovalutare l’attitudine etica senza provare vergogna, come non si può che andar fieri di sé, quando si è consci di appartenere alla classe dei responsabili. Difatti, l’onestà di uno si risolve in un vantaggio per tutti, mentre dalla disonestà traggono vantaggio solo chi la compie e i suoi sodali: un vantaggio, tuttavia, che di fronte a quello dell’onesto, qualora la riconoscenza meritata non resti latente, è come la luce di un fiammifero sotto un sole sfolgorante.

venerdì 16 febbraio 2018

Sovrani e sudditi

  C’erano una volta i re, c’era la disuguaglianza di fatto e di diritto, il rispecchiamento di un ordine immutabile, stabilito dalla natura, o da Dio, che poi è lo stesso, essendo questi il Creatore Pantocràtore. Tale ordine voleva che i territori abitati dall’uomo fossero società composte di un principe sovrano e dalla schiera dei suoi sudditi, divisi in vari livelli o caste. Accadde poi, dopo molti libri, scontri e ammazzamenti, prima in un Paese, poi in un altro e in altri ancora, che tutti i sudditi, anche quelli più umili, furono dichiarati sovrani. Non doveva più essere che un uomo stesse sopra, più in alto, più libero di tutti gli altri, né che qualcuno subentrasse al suo posto dopo morte o rinuncia. Fu solennemente proclamato che ognuno ha diritto a una parte di potere, la stessa di ogni altro, almeno nell’essenza. Si attribuì la sovranità, termine che fu conservato, all’insieme dei cittadini, al popolo, inteso come tale insieme, sotto cui non restava dunque che il territorio stesso, con i suoi minerali, piante e animali. 
  Tuttavia, a una svolta epocale, dopo secoli di immobilità, non ci si può adattare da un giorno all’altro, ci vuole tempo, esercizio, pazienza. Ecco perciò apparire quelli che fraintendono grossolanamente il senso dell’avanzamento, attribuendosi il diritto anche di rubare, picchiare e ammazzare chicchessia. «Non era forse questo che i re ordinavano ai loro sgherri, quando pareva loro? Solo che io lo devo fare da me, il più delle volte». Facile vedere come questi soggetti non abbiano ben compreso che l’accesso alla sovranità riguarda loro come ogni altro cittadino, perciò i casi sono due: o si finisce nel bellum omnium contra omnes con relativo crollo della condizione umana, o si coniuga la libertà con il rispetto generale, come dovrebbe essere sempre. Eppure, una piccola parte di nuovi despoti, quelli particolarmente abili nel settore degli affari, trovano modo di riprodurre, per molti aspetti, la figura del monarca, al punto di compiere atti illeciti senza veder scalfito il loro potere, che dai campi dell’economia e della finanza si estende a quelli della stampa e della politica. Questo strano fenomeno è reso possibile da chi non si sente degno dell’emancipazione. «Io “sovrano”? Grazie, ma non mi incantate, in tutta onestà sono e resto suddito, sovrano ditelo a quelli ben più forti di me». Più il numero dei timorosi è elevato, più la sovranità popolare resta allo stato di desiderata, e la rivoluzione democratica si mostra come un processo lento e incerto.



lunedì 12 febbraio 2018

Il sale e la peste

  Tesi. Senza l’uomo, che cosa sarebbe il mondo? La Terra è un miracolo, con il suo pullulare di esseri viventi, il tesoro delle forme, dei colori, dei fenomeni naturali; affascinante è il cielo, e di là di esso l'incommensurabile moltitudine di stelle. Tuttavia chi, di fronte a tutto ciò, può farsi pervadere dalla meraviglia, oltre all’uomo? Forse un dio, un angelo, un’intelligenza aliena: tutte ipotesi che attendono da millenni la conferma, e che ipotesi potrebbero restare per sempre. E i capolavori dell’arte, della musica, le scoperte della scienza, le opere sempre più raffinate dell’ingegno umano, sono forse cose trascurabili, o piuttosto aggiungono valore a valore, spettacolo a spettacolo? I corpi dell’uomo e della donna, i volti, gli sguardi, le parole, i gesti, le danze, non sono spesso tali da commuovere fino alle viscere? Sì, l’uomo è il sale della Terra.

  Antitesi. Con l’avvento dell’uomo, la colpa fece il suo ingresso sulla scena del mondo, e si sparse nei cinque continenti. Certo, la natura conosceva già il dolore, l’agonia dell’animale da preda tra le fauci del carnivoro, ma nel dominio dell’istinto non venne mai meno l’innocenza, e gli equilibri biologici restavano inalterati. La coscienza doveva porsi a coronamento dell’evoluzione universale, ma l’uomo è fermo in mezzo al guado, con l’istinto alle spalle e la coscienza davanti a sé, non raggiunta. Ecco perciò il dilagare dell’inganno, della malafede, della meschinità, dell’avidità, di tutti i generi d’ingiustizia. Ecco, infine, la vita sul pianeta violentata e minacciata dall’invadenza di una singola specie, schiava e vittima del proprio stesso potere. Sì, l’uomo è la peste della Terra.

  Sintesi. Lotta intraspecifica, lotta dell’uomo contro l’uomo: questo il destino di una specie tanto diseguale da far convivere i contrari. Ogni fazione, radunata attorno al suo comandante, si reputa nel giusto avendo obiettivi divergenti da quelli dell’altra, ma tra queste vi è, forse, quella che possiede un criterio oggettivo con cui distinguere il bene dal male, ciò che va conservato e ciò che va cambiato. Perlomeno, vi dev’essere la parte che discerne in base a una ragione più solida e profonda delle altre: solo se questa trionferà l’uomo potrà essere proclamato sale, e in nessun modo peste di questa Terra.



La grande bolla

  Coscienza biologica è comprendere sia che l’essere interessati da un processo di espansione spazio-temporale produce piacere, sia che non sempre ciò coincide con il bene dell’interessato. Quando non coincide, un po’ come la metaforica bolla di ambiti meno vasti, il piacere illude, rinforza verso un precipitoso arretramento, segnato dal dolore e dalla desolazione, ma, se non è di quei casi in cui si perde tutto, foriero anche di apprendimento e di una completa revisione del concetto di bene. Con l’andare del tempo diviene sempre più probabile che dell’inganno, ben noto come problema umano individuale ai maestri spirituali di ogni tempo e luogo, sia vittima l’intera nostra specie, la quale sembra ormai diventata il kamikaze del mondo. Chi oggi vede non lontana la catastrofe ha ragioni concrete, essendone preannuncio i cambiamenti climatici, l’inquinamento delle acque, la riduzione della biodiversità, il fatto che la popolazione umana, con i suoi consumi, i suoi rifiuti e le sue attrezzature, tra cui le armi nucleari, ha superato i sette miliardi e mezzo di unità, e aumenta tuttora, seppure con un tasso di crescita minore rispetto al picco degli anni Sessanta. In mezzo alla mediocrità di quelli che non percepiscono il pericolo, quelli che preferiscono non pensarci e quelli che vorrebbero mettere la retromarcia alla macchina del tempo, spicca per saggezza chi si impegna per la conversione ecologica delle tecniche inquinanti, chi è disposto a cospicue rinunce e particolari attenzioni per non partecipare al disastro, chi difende i patrimoni naturali dagli sfruttatori intensivi, il che, in certi Paesi tropicali, significa spesso martirio. Comprensione e riconoscenza: questi i campi in cui l’uomo può trovare, al posto di quella momentanea e illusoria, un’espansione autentica.

giovedì 9 novembre 2017

Trio

   Giardini pubblici di una città. Un portafogli giace sull’erba, poco distante dal sentiero. All’interno, la carta d’identità del signor Yamamoto, varie tessere, banconote per trecento euro. Nei dintorni, passeggiano, ognuno per conto proprio, i signori Jong, Park e Martin. Il caso vuole che i tre abbiano caratteri ben determinati, ma ciascuno a proprio modo: le loro posizioni sono nette come i tre vertici di un triangolo, nella cui area molti si stabiliscono e molti altri si spostano.
   Se il portafogli lo vedrà per primo Jong, il denaro finirà rapidamente nelle sue tasche, il resto in un cestino.
   Negli altri due casi, Yamamoto riavrà il portafogli col denaro. A lui non interesserà granché saperlo, ma le motivazioni psicologiche dell’uno non sono le stesse dell’altro.
   Park crede che appropriarsi di cose altrui sia atto peccaminoso, punito dallo Spirito.
   Martin pensa che quando è possibile risalire al proprietario, sia giusto fargli riavere ciò che ha perso, per i principi di giustizia, di solidarietà, di civiltà su cui si basa la vita sociale del nostro tempo.
   Se, in riferimento alle possibili conclusioni del fatto, Park e Martin si trovano dalla stessa parte e Jong in quella opposta, un altro aspetto accomuna Jong e Martin: nessuno dei due crede in un dio o in un karma, ambedue si attengono alla pura razionalità. Dunque, si direbbe che la ragione non sia universale, come sostiene la maggior parte dei filosofi, che del resto giungono a conclusioni diverse l’uno dall’altro a proposito di eguali argomenti. Tuttavia, la realtà è come un immenso poliedro, e ci si può illudere di averla ben compresa dopo aver visto e misurato solo una o alcune delle sue facce. Martin ha indagato più di Jong, conosce molte più facce del poliedro, perciò, nonostante impieghino lo stesso strumento, i loro comportamenti possono divergere completamente, soprattutto quanto al valore. 
   In questa circostanza, come in altre, le conclusioni della razionalità confermano i sentimenti di chi non si attiene ad essa, se non per la prassi più spicciola. Park è un sincretista, pensa che in tutte le religioni vi sia un “fondo di verità comune”: verità intesa come rivelazione, illuminazione o intuizione soprannaturale, cioè irrazionalmente. Queste “grazie divine”, o lumi spirituali, sono in realtà suggestioni mitiche, simboliche e rituali, spesso capaci di accendere i sentimenti dell’infinito, dell’unità e della giustizia prima che se ne abbia il chiaro concetto. Sono così evitate le ardue imprese della pura e adulta ragione, con il rischio che comportano, quello di fermarsi troppo presto e di sprofondare nelle paludi della crudeltà o dell’angoscia; ciò significa, però, rinunciare ai superiori obiettivi della coscienza, ed è questa un’altra stagnazione.



Avventure invisibili

   I. Ottobre

    Nella testa di Smith il commerciante, che sta guidando la sua vettura lungo un’autostrada sgombra, procede da alcuni minuti una certa sequenza di pensieri, un misto di ricordi e considerazioni, sotto forma di immagini e parole che si susseguono e spesso si accavallano. Tutto sembra regolare: il dipolo estetico, dispositivo psichico che reagisce alle percezioni, esterne e interne, secondo la propria scala di valori, ha un segno blandamente positivo, finché la catena presenta un anello che, d’un tratto, fa calare l’asticella estetica di parecchi gradi. È quel broker, Bernard, il suo atteggiamento freddo, la necessità di incontrarlo di nuovo, tra breve. Ma c’è anche l’errore del giorno prima, quando Smith, parlando con Fernandez l’orefice, ha attribuito a Oscar Wilde un verso di Keats, poi gli è sorto il dubbio, e Fernandez, che non aveva detto nulla, se n’era ormai andato, e chissà che cosa avrà pensato. In questi casi, vi sono tre possibilità principali: fissarsi sul fatto spiacevole, soffermarsi su di esso per un tempo limitato, o cambiare oggetto d’attenzione in un attimo, non appena avvertita la sensazione negativa. Ogni scelta ha proprie motivazioni e proprie conseguenze. Indugiare su un oggetto psichico che trasmette una sensazione molesta, sia esso ricordo, concetto o costruzione immaginaria, testimonia a se stessi una difficoltà personale, che si spera di superare riflettendo, sviscerando i vari aspetti del problema. Questo costringe il soggetto a una sofferenza, variabile per durata e intensità, secondo che la riflessione sia proficua o, al contrario, si contorca da ogni lato senza venire a capo di nulla. Smith, ad esempio, tende a rimuginare, invece Fernandez si sbarazza dell’oggetto fastidioso con una rapidità sorprendente. Di solito, ciò è dovuto all’incoscienza, alla pigrizia, all’attitudine irresponsabile di chi non vuole affrontare la realtà, quando non è piacevole; tuttavia, passano giorni, mesi, anni, e lui è sempre tranquillo, di buon umore, lontano dai guai. Il suo caso non è neppure quello del cristiano convinto, del buddhista, del seguace di Steiner, di Gurdjieff, di Beinsa Douno il Bulgaro; di chi, in genere, crede di apprendere da un maestro spirituale, vivo, morto o resuscitato, il modo giusto per liberare l’anima dai suoi mali. Per Fernandez, lo sdoppiamento del mondo e dell’uomo in materia e spirito non rappresenta la realtà. La sua mente ha una ragione ottimale, molto allenata, in grado di respingere ogni tentativo di mortificazione, da qualunque parte provenga, ne trae anzi nuovo vigore. Può sbagliare, ma ciò non riguarda in alcun modo le acquisizioni principali dell’umana coscienza, perciò, quando succede, lo riconosce senza difficoltà, anche apertamente, palesando in tal modo la differenza assiologica tra i concetti.
   Manca una trentina di chilometri per l’uscita autostradale, e il cervello di Smith ha circa venti minuti di tempo libero, essendovi sempre scarso traffico. Fernandez non è glaciale come Bernard, anzi, solitamente è affabile e comprensivo. Smith prova piacere ogni volta che lo vede, ne ha anche una certa invidia, seppure non sia né più ricco né più bello di lui. Lo conosce da poco, e non può sapere che il passato psicologico dell’orefice comprende un periodo di tre anni e mezzo durante cui ha attraversato i territori più insidiosi, incontrato mostri degni degli antichi poemi, sfiorato più volte la caduta da cui non ci si rialza. Smith lo percepisce come un fortunato, e lo è, ma dimentica che la buona combinazione genetica è nulla senza l’apprendistato, le prove, l’esercizio, e più sono severi, migliore è l’esito, una volta superati. Comunque, questa differenza fra lui e Fernandez è per Smith un motivo di disagio più intenso di molti altri. In cerca di soluzioni, egli comincia ad accarezzare l’idea di seguire un corso di meditazione. S’informerà.


   II. Dicembre

   Mentre percorre la solita autostrada, Smith torna col pensiero all’esperienza di meditazione fatta un mese fa. La scelta non fu semplice, per l’enorme varietà delle offerte che si trovò di fronte, anche considerando solo la sua provincia, e poi dovette considerare le differenze di prezzo. Un corso più caro corrispondeva a un metodo più efficace? A una dottrina più vera? Scommise con la sorte che non fosse così, e scelse un corso a libera offerta, uno tra i meno ermetici, almeno stando alla presentazione. In effetti, era abbastanza semplice, ma improntato ad un’austerità di tipo monastico che gli costò non poco sacrificio. Tuttavia, il commerciante è poco propenso a proseguire il cammino con un secondo corso più avanzato, come prevedono tutti i metodi del genere. Ora egli cerca di evitare le solite lotte estenuanti con i pensieri aggressivi, spostando la sua attenzione su piccole cose, come il proprio respiro, il battito del cuore, alcune formule riposanti, ma gli si è insinuata una nuova percezione sgradevole, senza una precisa forma logica, risalente alle persone incontrate in quel ritiro, in primo luogo Jensen il maestro: la sua gentilezza non gli è sembrata genuina, e a volte ridacchiava per un motivo che non capiva. Con gli altri frequentatori ha comunicato poco, alcuni erano troppo introversi, dopo il corso non ha visto o sentito nessuno di loro. Di questa sua esperienza, Smith non ha fatto cenno con Fernandez, e men che meno con Bernard, temendo che potessero sorriderne. Uno simpatico, l’altro antipatico, ma in fondo ambedue vanno avanti tranquillamente, come i tanti che di quelle tecniche di meditazione hanno sentito parlare, ma non ne sono minimamente attratti. I più, in genere, mostrano indifferenza verso tutto ciò che dovrebbe elevarli spiritualmente, allo stesso modo di quel che è ovvio e continuo, come il fatto di camminare o di respirare, almeno finché la salute li assiste: proprio i due aspetti del corso scelto da Smith, dove il secondo è propedeutico al primo, per chi decide di proseguire. Egli si chiede chi abbia più ragione fra immanenti e trascendenti, e non sa rispondersi: se i primi li si può dire grossolani e banali, i secondi possono essere inattendibili e altezzosi. Forse l’ideale, per l’essere umano, è una posizione intermedia fra tali opposti e, nel tentativo di immaginarsela, gli torna in mente l’orefice: è lui, tra i suoi conoscenti, quello a cui meno si possono attribuire i difetti dell’uno e dell’altro tipo. Quando lo rivedrà, però, si guarderà bene dall’entrare direttamente nel discorso, altrimenti gli attribuirebbe un ruolo simile a quello di Jensen, e non è certo il caso. Si parlerà di lavoro come al solito, di qualche argomento di attualità, forse si entrerà in qualcosa di personale, ma senza troppo approfondire: Smith, insomma, cercherà di evincere dalla conversazione ordinaria quali contenuti psichici rendano la personalità di Fernandez quella che è, anche e forse soprattutto dai modi dell’espressione, verbali e visivi.


   III. Febbraio

   Smith entra nella cucina di casa sua per prepararsi un tè. Ha incontrato Fernandez due volte; durante la seconda, quattro giorni fa, il commerciante è stato poco loquace, per una punta di vergogna provata durante la conversazione precedente, quando la sua aumentata voglia di parlare con lui era stata fin troppo palese. Fernandez, però, non ne sembrava stupito o infastidito, interloquiva con lui volentieri. Tra le righe delle osservazioni su certi nuovi sistemi espositivi, quelle sulla situazione economica e politica in alcuni Paesi africani e altre ancora, Smith cercava di scoprire il segreto di quello spirito, e ora riprende la sua fatica, servendosi della memoria. Egli intuisce che la fede religiosa, nel caso dell’orefice, ha poca o nessuna importanza, tuttavia, a quanto gli risulta, esistono credenze filosofiche ed esoteriche che si differenziano in qualche modo da quelle religiose. In verità, la credenza non va confusa con la certezza, come fa chi aderisce mentalmente a un oggetto immaginato allo stesso modo di come ognuno di noi aderisce all’oggetto conosciuto, il mistico persino con più forza. L’errore è tanto più consistente quanto più la credenza è improbabile e in contraddizione con il concetto, ma sono proprio l’improbabilità e la contraddizione a caratterizzare e sacralizzare l’oggetto della credenza religiosa. Il fatto che tale differenza sia spesso sfuggita ai filosofi stessi è la principale causa per cui il concetto della filosofia è correntemente spurio; basta attenersi all’etimo per comprendere che filosofia è volontà di sapere, non di credere. Credenza filosofica, dunque, può essere solo quella probabile, razionale e pur sempre distinta dalla certezza, a cominciare dalla previsione che domani il sole sorgerà, fino allo stabilirsi definitivo della pace nel mondo. Quelle a cui pensa Smith in termini di credenze filosofiche, invece, si distinguono dalla fede religiosa soltanto per la non appartenenza ad alcuna religione popolare, come l’iperuranio di Platone, le ipostasi di Plotino, il dio modale di Spinoza. Lo stesso vale per le credenze esoteriche: qui, anzi l’analogia con la fede religiosa è maggiore, giacché attorno ad esse tendono a crearsi comunità fornite di simboli e riti, spesso attinti da culti preesistenti. Se la ricerca ha condotto Smith in questa direzione è perché credenze metafisiche e superiorità d’animo sembrano congiungersi, ma quella superiorità è tale solo rispetto a una ragione povera, provvisoria, quella che non oltrepassa il perimetro dell’io individuo, e soffoca in esso. Al contrario, in confronto alla ragione estesa, e al sapere e all’etica che da essa procedono, la fede metafisica presenta immancabilmente i segni dell’inferiorità, per come imbriglia la logica, umilia lo spirito critico, diminuisce la libertà, si manifesta in forme confliggenti tra loro. La sapienza, la pace, il bene originati dalla fede altro non sono che una premonizione, il segno del desiderio di quelli veri.
   Un’altra ipotesi considerata da Smith, ma da lui esclusa dopo le ultime conversazioni con Fernandez, è quella di una speciale e innata capacità intuitiva, che attraverso il sentimento, senza coinvolgere la ragione, muova l’anima sempre nella giusta via. Entrando in argomenti pragmatici e politici, l’orefice si è dimostrato un po’ troppo logico perché lo si possa ritenere guidato solo dall’intuito; se poi questo è pensato come una facoltà separata e financo antitetica al raziocinio, si sconfina dalla scienza al regno immaginario del paranormale, non certo il più affidabile. La ragione sarebbe solo un ingombro se un’anima comprendesse verità e compiesse buone scelte senza il suo apporto, con una consistente riduzione dei tempi e della fatica. Realisticamente, tuttavia, più le questioni sono complesse e gravate di responsabilità, più trascurare il ragionamento, monologico e dialogico, è rischioso e, oltre un certo limite, del tutto folle. In gran parte, la speciale capacità a cui sta pensando Smith è un sogno di leggerezza, a fronte di una realtà assai impegnativa.
   Anche dare per concluso un ragionamento quando non lo è ha conseguenze nefaste, dalle quali non resta che imparare. Se vi è dunque un intuito o sentimento prezioso, esso riguarda non tanto i fatti esterni alla coscienza, quanto gli interni, e precipuamente l’eventualità che la ragione, rispetto a un certo fatto da comprendere, sia incompleta: è un’intima insoddisfazione, che spinge a sospendere l’azione corporea e a riprendere quella psichica. Proprio questa è la misteriosa qualità di Fernandez che Smith va cercando, e che è lontano dallo scoprire. In passato, quando quella sensazione di vuoto è stata in lui più forte, Fernandez ne ha sofferto, ma ora la avverte di rado, è più breve e non gli procura alcun disagio, col tempo è diventato un automatismo mentale quasi piacevole. La mancanza di tale virtù spiega anche il carattere poco amabile di uno come Bernard: la sua ragione, arrivata a un certo punto, si arresta scetticamente, e nulla può spingerla oltre, nemmeno la riduzione al minimo dell’altrui amore, fatto al quale il broker si è adattato, e che ricambia, con velato sadomasochismo. Smith non si è ancora abituato al disagio e non intende farlo, diventerebbe come Bernard, ma non trova la via d’uscita, perché allettato dall’immagine dell’illuminazione metafisica molto più che dai travagli del ragionamento. E poi, dell’intera problematica egli ha solo un sentore, non un chiaro concetto.
   Il tè è pronto, Smith si accomoda sulla sua poltrona, cerca di concentrarsi sull’atto di sorseggiare e assaporare la bevanda.


   IV. Aprile

   Smith fa una camminata per raggiungere un negozio, e ripensa alla dottoressa Smirnova, la psicoterapeuta presso cui è in cura da tre settimane. Lui ne è quasi innamorato. Certo, Smirnova ha un aspetto piacevole, come pure la voce, ma, soprattutto, la dottoressa ha dimostrato di non essere eccessivamente legata agli schemi analitici di scuola, e non lo ha fatto sentire né infantile, né dominato da un super-io autoritario. La sofferenza di Smith ha una radice più elevata, per così dire, più cerebrale rispetto ai casi più frequenti, e mal si adatta alle solite eziologie psichiatriche; non per questo è meno pericolosa, anzi, sta ostacolando le sue attività più importanti, e minaccia di portarlo a uno stato depressivo. Dopo i primi incontri, affrontati i temi e riflettuto, Smirnova gli ha proposto una terapia basata sull’interazione tra uomo e asino. La cosa lo stupì molto, ma la reazione era prevista, e la dottoressa continuò imperturbabile, parlandogli di Linna, un delizioso luogo in collina, non troppo distante, dove un suo collega, insieme ad alcuni assistenti, dirige un centro di zooterapia, sia con asini, cioè onoterapia, che con altri animali. Lei stessa vi si reca più volte l’anno, gli disse, non solo per collaborare, ma anche per il proprio beneficio. Da ragazzo, Smith ha posseduto un cane, ma dopo la sua morte, per la quale soffrì molto, non ha più avuto contatti diretti con animali. Non ricorda di aver mai visto un asino dal vivo, e non aveva mai pensato che ciò potesse avere importanza, ora, però, prova una certa curiosità, anche perché da uno psicoterapeuta si aspettava tutt’altro, come test, sedute di ipnosi o esercizi mentali da svolgere. Smirnova non glielo ha detto a chiare lettere, ma ritiene che entrando in rapporto con l’asino, sotto la guida dello staff, scoprendone l’anima e affezionandosi, il paziente sia indotto a modificare il criterio con cui tende a valutare l’essere umano, che secondo lei è indice di un potenziale disturbo bipolare. Importante è che Smith abbia un programma personalizzato, e che gli incontri avvengano in orari diversi da quelli di chi soffre di patologie o sindromi di tutt’altro tipo. 


   V. Giugno

   Mentre è coricato sul suo letto, Smith sta ripercorrendo con la memoria il suo incontro con Fernandez del giorno prima, e si diletta dell’approvazione manifestata dall’orefice nel sapere della sua esperienza con gli asini di Linna. In realtà, il suo è stato un racconto manchevole, non avendo egli detto che la persona da cui ha saputo dell’allevamento è una psicoterapeuta, cui si rivolse come paziente, e che questa è appunto una terapia, indicata per disturbi di vario genere. Smith ne ha parlato come di una scelta successiva a un’informazione casuale, e più che altro si è soffermato sul suo contributo alla cura degli animali e sullo scambio di affettuosità reciproche, in particolare con Abel, un somarello di due anni. Il piacere per i complimenti di Fernandez, dovuti alla sua descrizione degli amabili equini, del luogo in cui vivono e delle sensazioni che ha provato, ha dovuto perciò fare i conti con un dubbio su di sé, non essendo stato del tutto sincero. Tuttavia, la sua è stata più un’omissione che una distorsione dei fatti e, in fondo, non è stato così grave escludere dal racconto una parte, per quanto importante. Non era mica una deposizione in un processo. Così, la sensazione positiva si riduce alquanto, ma resta, e per lui è già un successo.
   Maria, la compagna di Smith, donna poco espansiva, ha percepito il miglioramento dell’umore di lui, oggi in particolare, e l’idea dell’onoterapia, della quale non sapeva che cosa pensare, comincia a sembrare buona anche a lei. Smirnova ha dunque visto giusto: Smith aveva bisogno di distogliersi da una fissazione, quella dell’inspiegabile superiorità di alcune anime, e di porsi in un altro punto di vista. Ha guardato al di fuori della specie razionale, ma non fuori dal vivente, dal sensibile e dal comunicante, e ha incontrato un’altra specie, che a noi si è affidata e che ci chiede con muta dolcezza di non essere tradita, ricambiandoci in molti modi. È stato l’asino, e ora Smith pensa di adottare un cane o un gatto, di quelli che aspettano nei rifugi. La loro felicità è segno della nostra affidabilità, e la presenza di quel sentimento in noi è segno del nostro essere coscienti.
   Immagini ipnagogiche sempre più indescrivibili prendono via via possesso della mente di Smith, finché si addormenta, e nel sonno le immagini e i suoni diventano quelli del sogno, il sostituto della vita durante il riposo naturale dei muscoli e della coscienza. Buonanotte, Smith.

venerdì 27 ottobre 2017

Il pasto della ragione

   «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». Massima antica, mondiale, ripetuta in infinite occasioni. Tuttavia, se un ragazzino esigente ci chiedesse “perché”, noi, persone morali, gli dovremmo una risposta, e se non fosse soddisfatto, non trovandola poi altrove, né da sé, crescendo potrebbe diventare un criminale, ladro e assassino incallito. Da quel momento in poi, tra le cose che costui non vorrebbe gli si facessero c’è, ovviamente, l’essere arrestato, e se, un bel giorno, decidesse di applicare la regola, dovrebbe rinunciare non solo al crimine, ma anche a ostacolare chi lo compie. Bell’assurdità. La ragione non si pasce di massime, e neppure di sentimenti, ma di concetti, e farle patire la fame ci svaluta come esseri umani.
  Torniamo dunque indietro, e rispondiamo al ragazzino. «Ascolta, Eros (mettiamo sia il suo nome), prova a immaginare che nessuno mai seguisse questa regola, che ognuno di noi si comportasse con l’altro come nessuno vorrebbe si comportasse con lui: sarebbe la guerra perenne di tutti contro tutti, nessuno sarebbe amico di nessuno, tutti nemici di tutti. Sarebbe impossibile qualunque tipo di società, qualsiasi cultura; la stessa specie umana rischierebbe di estinguersi, perché un bambino potrebbe nascere solo dallo stupro. Sai che cos’è lo stupro, vero? Ti sembra bello tutto questo?».
   Eros riflette un poco, poi se ne esce con questa replica: «Ma allora, se io vedo che qualcuno segue la regola, io posso anche non seguirla. L’importante è che ci sia qualcuno che la segue, no?». L’obiezione ha evidentemente una sua logica, quindi non solo la massima, nemmeno la nostra spiegazione è sufficiente. La ragione, quella dell’adolescente e la ragione in quanto tale, non è ancora sazia. Dobbiamo andare avanti, senza adirarci, ma con fermezza.
   «Ah, dunque vuoi essere un parassita? Uno che approfitta dell’impegno altrui per conservare o, dov’è possibile, migliorare il livello della nostra vita, senza contribuire in alcun modo, anzi ostacolando, impedendo? Sei libero di farlo, ma non è questo il tuo vero interesse, non è l’interesse di alcun individuo, anche se, organizzandoti in un certo modo, potresti far soldi. Più felice di tutti è chi è amato da tutti, e tu sarai, al contrario, uno degli esseri più odiati. Nemmeno i tuoi soci, se ne avrai, ti ameranno, nessuno di quella risma può amare, ma solo aggregarsi per opportunità ai suoi pari e rispettare il più forte per timore. Vuoi diventare celebre come criminale? Sarai odiato anche da morto. Il tuo valore come persona, e ognuno di noi ne ha uno, sarà sotto lo zero, e non cambia, che tu riesca o meno ad evitare il carcere o quale altra pena preveda lo Stato. Comunque, ormai sei grande, se tu deciderai di imboccare quella strada io me ne accorgerò subito: te lo dico, non aspettarti da me il minimo appoggio, io ti ho parlato e ti parlerò così sempre, per te non potrò far altro che questo, non sarò mai complice di una sanguisuga, con tutto il rispetto per gli incolpevoli Irudinei».
  A questo punto, a Eros non resterebbe che dichiararsi privo di qualunque amore per la specie umana, e favorevole alla sua estinzione. Il giovinetto non arriva a tanto, ma potrebbe darsi che lo faccia un altro - chiamiamolo Ade -, perciò noi, sempre con calma e senza dire «tu sei pazzo» o simili, proseguiamo.
   «Ade, ogni individuo umano, come ogni animale, ha una volontà, e la volontà dell’individuo collettivo che chiamiamo specie è l’insieme di tutte le volontà individuali. Queste possono armonizzarsi nella ricerca del bene comune, o contrastare, come accade quando il singolo o un gruppo amano se stessi e odiano tutti gli altri. Ovviamente, l’individuo e il gruppo, per quanto forti possano essere, sono in una situazione di inferiorità rispetto all’insieme, quindi, se vogliono il male degli altri possono attuarlo solo fino a un certo punto, oltre cui saranno loro ad essere schiacciati. Perché l’odio globale abbia esito, esso dovrebbe prevalere nell’intera specie, dovrebbe cioè valere per la maggioranza quello che vale per il suicida singolo, o per un gruppo come quello del pastore Jim Jones, novecento persone che si avvelenarono nello stesso giorno. Se dunque tu volessi insistere nella sua linea, senza finire tu solo nell’oblio o nella maledizione, dovrai cercare proseliti, insegnare l’odio di sé e dei propri simili, in modo che l’umanità si avvii al suicidio collettivo. Di fronte alla realtà, che vede gli esseri umani decisamente vogliosi di vivere e di unirsi, almeno per la stragrande maggioranza, probabilmente rinuncerai all’impresa prima ancora di cominciarla. Dovresti asserire in pubblico che l’uomo sia per natura un essere immondo e odioso, e gli effetti di un simile discorso sono facilmente immaginabili. Potresti anche avere l’accortezza di procedere gradualmente, cominciando dalla descrizione delle tante, oggettive malefatte degli umani, ma nel momento in cui l’uditorio, disposto all’ascolto delle possibili soluzioni, sentisse parlare di autoannientamento della specie, verresti travolto dal biasimo e da insulti, saresti perciò costretto al silenzio, se non alla fuga. Essere pronti a riconoscere le proprie mancanze, e più in genere essere consapevoli, è un'ottima qualità, ma ne abbiamo anche altre, per esempio possiamo avere coscienza del mondo, essere incantati dalla natura, creare opere d’arte, cantare, scrivere poesie, salvare cani abbandonati, lottare fino al sacrificio per proteggere la vita minacciata».
  Eros e Ade non erano paghi della massima, né del buon sentimento: legittimamente, perché il raziocinio è una dote. Se ora, però, i due scegliessero di seguire comunque la strada del crimine, sarebbe per sordità verso un ragionamento più avanzato del loro.
 



mercoledì 11 ottobre 2017

La chiave della pace

   Possono essere tra loro nemici due ricchi, due poveri, due colleghi, due connazionali, due parenti stretti, ma non due persone con la stessa visione del mondo. I modi di pensare sono numerosi, ma se, quanto alle cose essenziali, non ve ne fosse che uno, l’inimicizia sparirebbe dal pianeta. Sarebbe dunque un immenso bene per tutti, sempre che la concezione comune fosse quella più ricca di verità. Tuttavia, se c’è un’opinione generale, è che il passaggio dalla discordanza all’omogeneità del pensiero sia qualcosa di orribile, buono solo per il genere distopico di narrativa e cinema, dal Brave New World di Huxley ai romanzi cyberpunk. Nel linguaggio attuale, il “pensiero unico” è del tutto privo di profondità: è la conferma del materialismo di Marx senza i suoi vaticini, ribaltati dalla vittoria del profitto privato e delle sperequazioni. Si tratta quindi del risultato di una “omologazione” culturale gestita dall’alto, cioè dagli stessi capitalisti trionfanti, tramite una politica e un giornalismo a loro asserviti. È indubbio che tale pensiero, se così si può chiamare, abbia una notevole consistenza, ma esso è “unico” solo nei desideri dei pochi a trarne un vantaggio, anche se dovessimo considerare solo la parte del mondo che lo ha partorito: è anzi qui che, dopo molte lotte e sacrifici, il pensiero può liberamente diversificarsi, è qui che non si possono zittire le voci dissenzienti, né sbarrare i canali di comunicazione. Ciò anche quando il dissenso non ha di meglio da proporre che il rilancio delle tradizioni religiose nazionali, o l’abolizione totale della proprietà privata.
   Se dove regna la miseria intellettuale trovassimo la ragione filosofica e, anziché l’uniformità coatta, la convergenza evolutiva, l’unità planetaria del pensiero, comportando l’impossibilità stessa dell’odio e del conflitto, ci si mostrerebbe come l’opposto di una fosca prospettiva. La varietà delle caratteristiche individuali e culturali sarebbe diminuita solo per l’abbandono di quelle assurde, come l’uso cinese del corno di rinoceronte. Soprattutto, essendo un pensiero saggio, si aprirebbero gli occhi di tutti sulla natura, la cui molteplicità, questa sì, va strenuamente difesa dalle minacce di un’espansione umana dissennata. 

lunedì 2 ottobre 2017

Valore dell'idea

   Mediamente, le popolazioni del mondo odierno sono più eterogenee che in passato quanto a idee generali. Prima grande e rudimentale distinzione è quella tra chi è religioso e chi non lo è, poi ambedue le categorie si suddividono, la prima in diversi tipi e gradi di religiosità, l’altra secondo varie anime del libero pensiero. In molti campi, i giudizi degli uni divergono spesso da quelli degli altri, ma entro uno Stato non può valere che un solo corpus di leggi: è dunque inevitabile che solo una parte sia soddisfatta, quella che trova la propria visione delle cose sufficientemente rispecchiata nella legge che si stabilisce. Tuttavia, le condizioni delle altre parti non sono certo indifferenti rispetto all’una o all’altra ideologia predominante. Se la legge s’ispira a una dottrina religiosa, chi non ha quel credo può trovarsi impedito nelle scelte personali: ad esempio, potrebbe voler ricorrere all’eutanasia, all’aborto farmacologico, divorziare dal coniuge, ma non può. Se, all’estremo opposto, l’ideologia porta ad osteggiare la religione e a non ammettere alcun’obiezione di coscienza, la violazione dei diritti colpisce chi è religioso. Dove la legge né si ispira alla religione né la proibisce, il credente non è obbligato a commettere alcun’azione che ritenga peccato, ognuno può decidere di se stesso, a tutti è vietato solo procurare danno ad altri. Se le costituzioni contengono riferimenti alla laicità ovvero alla libertà di pensiero e di credo, qualunque maggioranza manifestata dai suffragi è tenuta a rispettare tale indirizzo, coerentemente con lo scopo di perseguire l’interesse onnicomprensivo, che è quello di ogni giusto atto politico. Un sistema di pensiero manifesta il suo valore soprattutto in base a tali effetti.

domenica 17 settembre 2017

Gli errori dell'invidia

Complessa e delicata come un raffinato meccanismo, la nostra mente è esposta a ogni genere di incidenti, per cui si può comprendere come, nell’arco completo delle azioni umane, troviamo, accanto alle meraviglie del genio e dell’eroismo, le peggiori bassezze e patologie. La coscienza si sviluppa dal confronto fra tutte le determinazioni che distinguiamo nella realtà, quindi anche fra l’io e l’altro; suddivisi a loro volta in diverse parti, il cervello individua e registra le identità e le differenze, non con la neutralità di un computer, ma come organo di un’entità vivente, un singolare metazoo, per il quale il sentire e il volere sono tutt’uno con il capire. Una coscienza bramosa di comprensione non si ferma all’altrui consiglio, sospetta che certi limiti siano visti come tali solo per pavidità. Essa corre i maggiori rischi, e cade spesso nell’errore, ma non ha altro modo di verificare se sia giusto trattenersi, se l’esperienza tramandata esaurisca ogni possibilità, o se vi siano altri territori da percorrere. Nel mezzo dell’impervio cammino, possiamo trovarci nel pantano dell’invidia, termine con cui si indica un comune errore e l’ingiustizia che produce, qualcosa che appare, appena la si superi, come un’enorme sciocchezza. Io non ho le qualità che vedo nei miei simili, se sono tali da attrarre l’attenzione, l’ammirazione, l’amore di molti? Forse è vero, però alcuni di quei pregi potrebbero essere in me latenti, e altri, forse, sono sopravvalutati, la gente li apprezza perché non ha ancora trovato di meglio. Comunque, se l’altro è effettivamente più simpatico, più bello o più intelligente di me, se è più ricco di me senza aver rubato, non posso certo fargliene una colpa. Non posso nemmeno prendermela con i miei genitori, se ho difetti congeniti: non è forse legittimo per chiunque il desiderio per cui, di solito, si dà la vita e la si fa crescere? Dovevano essi ricorrere all’ingegneria genetica prima che l’embrione che ero si sviluppasse, in modo da perfezionarne il DNA? Avrebbero dovuto vivere in un ipotetico futuro, e potersi permettere la spesa, visto che difficilmente la manipolazione genetica umana, dovesse un giorno essere legale, rientrerà mai fra i servizi sanitari pubblici.    
   Più sensato è ripercorrere i fatti della vita, comprendere quali tra essi possano averla condizionata negativamente, specie quando eravamo immaturi: probabilmente riaffioreranno dalla memoria insegnamenti errati, punizioni ingiuste, violenze, scene traumatizzanti a cui abbiamo assistito. In tal caso, tuttavia, ci guarderemo dall’emulare il conte di Montecristo. Differentemente dal romanzo, i danni da noi subiti risalgono alla nostra infanzia, i colpevoli non sempre sono rintracciabili, forse alcuni di loro sono malati o morti, o hanno già pagato per qualche malefatta; anche non fosse così, fargliela pagare legalmente potrebbe essere difficile, se non impossibile. Da notare che, compiuta la molteplice vendetta, il conte ne ebbe rimorso, essendosi ricordato che il Vangelo comanda il perdono, e che si lasci a Dio il giudizio. Proprio da questo deriva che, se c’è un vero cristiano, quello combatterà la propria eventuale invidia con tutti i santi mezzi. Se, invece, c’è un pensiero profondamente filosofico, esso ci dirà di voltare pagina, di guardare anzitutto al bene che, dopotutto, è rimasto in noi, e di coltivarlo, anche se in questo modo, alla lunga, qualcuno potrebbe cominciare a invidiarci. 

venerdì 15 settembre 2017

Rapporti economici

  Tutti noi abbiamo qualità utili per la società, una certa “forza lavoro”, parafrasando Marx, o ne avremo se siamo ancora bambini, e ne avevamo, se siamo invalidi. C’è chi l’ha interamente convertita in “forza delinquenza”, chi ne fa a meno perché beneficia di rendite, chi fa altrettanto, ma perché vive di carità. Tra quanti costituiscono la popolazione attiva, molti contano per lunghi periodi su di un solo acquirente, talvolta una singola persona, assai più spesso un ente pubblico, o un’azienda privata; alcuni di essi possono cambiare acquirente con una certa facilità, altri no. Imprenditori, azionisti, commercianti e liberi professionisti, invece, hanno molti acquirenti nello stesso tempo. Entro questa stringata classificazione, troviamo le attività, le condizioni economiche e i margini di rischio più diversi, il risultato di una lunga storia. Nulla di radicalmente sbagliato, come lo sono, al contrario, due politiche opposte, ambedue escluse da un buon articolo della Costituzione italiana, il 41:
1) Abolire l’iniziativa economica privata. Ciò elimina inizialmente la disoccupazione, ma spegne la vitalità naturale e culturale, provocando stagnazione economica e impoverimento.
2) Lasciare che l’iniziativa privata entri «in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»; si aggiungano i danni alla salute, all’ecosistema, al paesaggio, alle condizioni degli animali da allevamento.
Nel mondo attuale, pochi Stati commettono il primo sbaglio, ma le ideologie che non lo concepiscono come tale non spariscono, anche perché il secondo, per l’ignavia dei governi, resta frequente.