Vi è un
consorzio dai confini imprecisi, sparso a macchia di leopardo sulla superficie
del Globo, unito da un comune concepire e volere: quello dell’amore di sé come
parte di un amore molto più grande, che comprende esseri umani, opere d’arte,
animali, piante, paesaggi terrestri e marini. Quello che li difende, lottando contro malattia,
errore, ingiustizia e morte, ma accetta serenamente l’inevitabile assoluto, il destino
mortale. Quello di chi si spende per la verità e la giustizia terrene, senza riguardo al
costo che può comportare, anche fosse quello più alto. Ovviamente, chi, in
genere, percepisce e vuole altro, ad esempio l’aldilà, o piuttosto il maggior
potere d’acquisto possibile, con quali conseguenze per gli altri non importa, di
questo consorzio non fa parte, a malapena ne sa qualcosa; tuttavia, vi è fra
questi chi può cambiare, entrarvi, perfino diventarne elemento di forza. Sapere
se e quanto esso possa estendersi, non ci è dato. L’amicizia universale non è
una previsione, giusta o sbagliata, è semplicemente la miglior condizione
immaginabile per questo pianeta, il più bel progetto a cui si possa
contribuire.
venerdì 15 settembre 2017
sabato 2 settembre 2017
Anima
Nella maggior parte dei vocabolari, l’anima
(e lo stesso dicasi per alma, âme, soul,
seele), è in primis una proprietà dell’essere umano, ed è un principio, il
“principio vitale”. Cioè, nulla di scientifico. Tuttavia il termine, per
brevità e icasticità, può attualizzarsi come sinonimo di sistema nervoso, il
circuito percezione-azione dei metazoi, vitale sì, ma al pari degli altri
sistemi fisiologici. Il centro raccolta dati, collegato dai nervi ai margini,
riceventi e trasmittenti, nell’uomo si distingue, nel bene e nel male, per misura
e qualità. Vi si formano i pensieri, quelli giusti e quelli sbagliati, quelli
nobili e quelli meschini, a seconda di quali e quante informazioni vi entrano,
da prima ancora della nascita, nonché di come queste si dispongono, si
confrontano, si trasformano. Il variare, all’esterno, delle occasioni, e del sostrato
neurologico all’interno, segnano le differenze da persona a persona, per cui avremo
profondità o semplicità, bellezza o maledizione, oppure quella frigidità che fa
parlare di assenza d’anima. Ciò compreso, si fa evidente il criterio per valutare
e progettare il dovere, anzitutto quello dei genitori e di quanti altri si
occupano di infanzia e di scuola, poi del lavoro in genere: operare all’esterno
dell’anima per consentirle percezioni benefiche e preservarla da quelle deleterie;
e al suo interno, per agevolare le capacità cognitive, approfondire la ragione,
curare le disfunzioni psichiche e prevenirle, anche attraverso le scoperte
della genetica. Il resto, nel
rispetto dei diritti primari di tutti, va lasciato ai processi selettivi naturali. Così
procedendo, e se il mondo non finirà prima, è possibile una generazione umana che
superi in valore gli altri animali, cosa attualmente negata, perché nell’uomo,
in media, le altezze sono neutralizzate dai loro contrari.
giovedì 24 agosto 2017
Populisti ovunque
“Populismo”,
termine divenuto ricorrente fino alla noia nella comunicazione mediatica,
compresa quella di certi filosofi e del papa, dovrebbe ormai essere esteso a
qualunque discorso e provvedimento politico che, con ogni probabilità, non si tradurrà in una maggiore
democrazia, non migliorerà per nulla
la condizione generale della popolazione, semmai il contrario. Ciò, va da sé,
in contraddizione con quanto i politici pensano, o forse soltanto con quanto dicono. Anche quelli che accusano altri
di essere populisti potrebbero benissimo rientrare nella categoria. Si può star
certi che ne sia del tutto estraneo solo chi ha una filosofia dei fini politici
e una conoscenza dei mezzi per raggiungerli tali da renderlo, oltre che
efficace, perfettamente sincero e onesto. Insomma, l’eccezione laddove dovrebbe
essere la regola.
lunedì 21 agosto 2017
Antichi regimi
In uno Stato retto da un regime
autoritario, verso il quale la fiducia della popolazione dev’essere totale, dove
glorificare il capo è obbligo, chi critica o dissente è punito con la massima
durezza, i partiti d’opposizione sono illegali e il parlamento non c’è, o è
sottomesso, non basta che una parte più o meno considerevole dei provvedimenti
presi dall’autorità sia buona e giusta: per giustificare una tale assolutezza,
il governo dovrebbe essere infallibile.
Com’è noto, però, l’infallibilità non rientra nelle qualità umane, e l’errore
ha conseguenze tanto più disastrose quanto più grande è il dominio di chi lo commette.
Ciò spiega in gran parte il destino fallimentare di questi regimi. Le cose
vanno meglio, quanto a durata, laddove una popolazione creda in un grande e
giusto dio, il quale abbia dettato le spiegazioni e i regolamenti fondamentali
a uno o più uomini, profeti o discepoli, e della cui volontà il governo
politico sia il tramite temporale. Questo dio sarebbe infallibile per sua
natura, e non credere in lui, bestemmiarlo o disprezzare il suo rappresentante
sono reati capitali. Secondo le diverse religioni, fu così ovunque nel mondo
per tutto il medioevo, e negli Stati islamici così è tutt’oggi, mentre la
Chiesa non riuscì a reprimere la libertà di pensiero rinata, a gran distanza
dall’epoca classica, fra Quattro e Cinquecento. Nulla fu più indubitabile,
nemmeno l’esistenza di Dio: l’ordinamento fondato sul cristianesimo si sgretolò
dalle fondamenta. Dopo il fallimento della Restaurazione, cominciò l’epoca
della frammentazione ideologica, in cui posizioni conservatrici, liberali,
comuniste, anarchiche, fasciste si contrapposero dapprima a parole, poi con i
fatti, tra cui due guerre mondiali e il rischio di una terza. Si è infine creata
l’attuale omogeneità politica tra molti Stati attorno a un sistema pluralista,
con poteri separati e rinnovati a scadenze prefissate, parte dei quali a
suffragio democratico; prevalgono generalmente forze moderate rispetto alle principali
teorie, a discapito di quelle radicali. Non manca alcun genere di dissenso, ma
quando ai mali vecchi e nuovi di cui tuttora soffrono le società contemporanee
si vorrebbe ricorrere a ricette anacronistiche, dagli esiti come minimo ambigui,
esso non merita alcuna considerazione, men che meno quando si cerca di imporle
con la violenza.
Se l’ordinamento cambierà di nuovo, sarà per una forte convergenza evolutiva
delle idee fondamentali, e ciò potrebbe rendere la partecipazione all’attività
legislativa ed esecutiva equiparabile a ogni altra professione, sebbene in una
posizione di particolare rilievo. La selezione per esami di competenza
eliminerà i fattori estranei alla sostanza politica che intervengono attualmente
per catturare il consenso di massa, a suon di retorica e di lauti finanziamenti.
La probabilità dell’errore sarà fortemente ridotta, ma nel caso il politico ne
risponderà in termini di arretramento di carriera, di esclusione dal ruolo o di
pena, a seconda della gravità, com’è previsto per qualunque altro cittadino.
martedì 15 agosto 2017
I due capi del filo
Io
sono nato il 3 maggio del 1963. Però questo non significa che il due, il primo
maggio, il 30 aprile di quell’anno io non esistessi, al contrario, non ero
diverso se non perché a una cert’ora di quella data cambiai definitivamente posto,
dall’interno di mia madre mi ritrovai all’esterno, venni alla luce. Immaginando
di osservare a ritroso, da quel momento, le fasi del mio sviluppo, vedo cominciare
e poi aumentare le differenze; a un certo punto non riconosco più nel mio aspetto
quello di un essere umano. Ancora più indietro, e di me, o di quell’entità che
diverrà la mia persona, non vi è più traccia, e restano le sue cause: un uomo e
una donna che abitano nella stessa casa, che dormono nello stesso letto matrimoniale
dove, una volta di più, avranno un rapporto completo. Vengono poi le cause
delle cause, come radici che si suddividono in altre radici, e in altre ancora,
fino a che mi diventa impossibile conoscerle e tenerne il conto. La gravidanza
di mia madre fu del tutto regolare, perciò nel novembre del 1962, passato dall’essere
embrionale a quello fetale, tutti i miei organi erano formati, avevo già le
fattezze di un essere umano. Ecco quel che mi fa propenso a datare da quel
momento l’inizio della mia esistenza, e ad ammettere l’interruzione volontaria
di gravidanza, senza che se ne debbano indagare i motivi, non oltre le sette settimane
dal concepimento. Dopo, non è più possibile eseguirla tramite farmaco, e i
rischi dell’intervento per la salute della gestante aumentano. Nelle normative di molti Stati prevale quest’ultimo aspetto, con varie
approssimazioni: si va dalle dieci settimane del Portogallo alle ventidue dei
Paesi Bassi. Si direbbe che se la tecnica potesse abbattere il rischio, la
soglia legale sarebbe alzata, o esclusa del tutto, com’è già, chissà perché, in
metà degli Stati Uniti. È dunque diffusa una scarsa distinzione tra l’inizio
dell’esistenza e l’essere partoriti; rispetto alla sua antitesi, il porre l’inizio
dell’essere umano nel giorno del concepimento, quest'opinione appare ancor più
povera di pensiero. Fanno eccezione casi come la sindrome di down, diagnosticabile
oggi non prima delle undici settimane, e ovviamente quelli delle complicazioni
potenzialmente letali per la gestante.
All’altro capo del filo, alla fine, mi
attende un’altra data. Stavolta non dovrebbe porsi alcun divario, morire e non
essere più sono lo stesso. Non mancano quaggiù circostanze particolari, che di
nuovo manifestano opposte mentalità. Gli ospedali sono forniti di
apparecchiature che tengono in vita persone gravemente malate o incidentate,
sostituendo la perduta facoltà di alimentarsi, idratarsi o respirare; ma quella
vita è tanto penosa e limitata da sembrare tutt’altro che un guadagno. Dopo un
certo tempo, in molti casi, esse rivogliono ciò che tali mezzi hanno scongiurato.
Per costoro, il giorno della morte rinviata precede quello della morte
desiderata. La prima, se non è trovata una cura efficace, e se non abbia
annientato coscienza e sensibilità, è morte dello spirito, inteso come volontà
di vivere. Possono esserne causa non solamente le irreparabili lesioni del
sistema nervoso e muscolare, ma anche quelle psicologiche, quando siano tali da
rendere insopportabile la percezione di sé e del mondo. Tuttavia l’esistenza, l’essere
in un modo, spazio e tempo determinati, pur trascinandosi prosegue, mentre dopo
la data che probabilmente qualcun altro, da qualche parte, scriverà, quel che
resta non è più, non è mai lo stesso essere. Io non mi identifico con una
massa inanimata, con un cibo per larve di insetti, con le future, ignote
composizioni delle mie particelle subatomiche e onde di energia, con qualsivoglia
effetto che mi sopravviva, prodotto dal mio essere sull’altro. Certo, in senso poetico, se per i suoi effetti
principali una vita merita un’estesa riconoscenza, può continuare anche sotterra, ed è quella, non l’aldilà
del luogo comune, la “miglior vita”.
lunedì 19 giugno 2017
Per un diverso sistema
In genere, è buona regola non lamentare i lati negativi o contraddittori di una prassi relativamente nuova, se non si disponga di ragionevoli proposte per successivi avanzamenti. Questo vale anche per la legittimazione del potere politico per via elettiva popolare. Nessuno che viva dove l’autoritarismo è consegnato al passato, e che abbia un minimo di coscienza civile, può rimpiangerne le forme, via via abbandonate in Occidente e nei Paesi da esso influenzati, basate sulla conquista militare, sulla successione dinastica o sulla cooptazione: rispetto a queste, i difetti del suffragio popolare contemporaneo sono poca cosa, ma in sé sono evidenti, anche escludendo il mascheramento di tipo plebiscitario e i brogli elettorali impuniti, casi oggi riguardanti solo certe parti del mondo. Si tratta, essenzialmente, della reale affidabilità di quanti competono per la rappresentanza popolare, in un agone più acuto nei periodi elettorali ma perenne, spesso infarcito di retorica, e dove la vittoria diventa una sorta di unzione, che rende l’eletto intoccabile. Alternative convincenti a questo sistema non se ne propongono: tale, infatti, non può considerarsi l’antico metodo, da qualcuno evocato, dell’elezione per sorteggio, essendo incapace di selezionare i candidati in base al merito. In certi Paesi si sta diffondendo la convinzione che vada ridotta l’autonomia decisionale dell’eletto, attraverso un regolare ricorso a consultazioni di tipo referendario: ciò risolverebbe il nodo dell’affidabilità del rappresentante, ma sarebbero ingigantiti altri punti critici, anzitutto quello delle competenze di quanti, avendo molta parte del proprio tempo occupato dal lavoro, difficilmente possono ponderare in misura adeguata i molti problemi di una vasta e complessa collettività.
Se l’azione politica fosse assimilabile alle professioni, la via d’uscita da quest’incertezza si sarebbe già percorsa: la legittimazione del suo esercizio deriverebbe dalla formazione specifica, dai concorsi, dal riconoscimento del merito; cadrebbe poi il privilegio dell’immunità, e il politico sarebbe denunciabile anche per un cattivo esercizio del suo incarico. Questo sistema richiede però che gli scopi della politica siano individuati e condivisi non meno di quanto avvenga in ogni altra attività: non dovrebbero esservi più differenze ideologiche in politica di quante ve ne siano in chirurgia, in ingegneria o in direzione d’orchestra. Se oggi manca una filosofia politica condivisa, è perché manca una filosofia etica e, in definitiva una filosofia generale condivisa, essendo la politica, in questa catena, l’anello di collegamento tra idea e prassi. La distanza dalla meta si misura tramite due fatti ben distinti: l’uno, il prevalere di interessi parziali, di individui, gruppi o classi, avulsi dall’interesse pubblico e causa perciò di un abbassamento della condizione collettiva; l’altro, l’idea di una finalità dell’azione che trascenderebbe la vita terrena, secondo la visione di un’autorità rivestita di potere spirituale.
L’immissione dei massimi concetti nella comunicazione umana è dunque il primo e indispensabile passo verso la politica cosciente, quella che vede il proprio unico, vero scopo nella forbice tra conservazione e incremento del bene collettivo, da quello di una città a quello del pianeta; bene misurabile almeno empiricamente, sommando le condizioni di ogni individuo e ricavando la media. Il diritto di voto, se il risultato non è questo, è ben poca cosa, ed è più corretto legare ad esso il nome di demarchia che quello di democrazia.
mercoledì 31 maggio 2017
Radici e frutti
«Noi non possiamo non riconoscerci e non dirci cristiani», scriveva Benedetto Croce, mentre infuriava la seconda guerra mondiale. Egli non sentì la necessità di identificare quel “noi”, se non in una sua lettera, subito successiva al famoso articolo, in cui si dice «profondamente convinto e persuaso che il pensiero e la civiltà moderna» siano «cristiani» (in Dialogo su Dio. Carteggio 1941-1952, Archinto 2007). Il suo illustre contemporaneo Bertrand Russell era dichiaratamente non cristiano, e non era questi il solo a smentire quanto affermato da Croce; tuttavia, in una nota al saggio, l’Italiano scrive:
Quel che i vagheggiatori del neopaganesimo non consideravano, può essere espresso con le parole che Jacopo Burckhardt pone sulle labbra dell'Hermes del Vaticano, immaginando che mediti così: «Noi avemmo tutto: fulgore di dei celesti, bellezza, eterna gioventù, indistruttibile lietezza; ma noi non eravamo felici, perché, noi non eravamo buoni». Che è quanto dire: «non eravamo cristiani».
In modo elementare, per Croce “cristiano” significa dunque “buono”. Ciò è poco convincente. Probabilmente né Russell, né altri non cristiani sono stati “cattivi”, mentre di certo lo sono stati molti sedicenti cristiani; per di più, c’è da ricordare che secondo Cristo nessuno è buono, se non Dio solo. Chi, infatti, può dire di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo suo come se stesso, anche quando si tratta di un nemico? Qualche santo, qualche cenobita, non certo il “noi” crociano. Dirsi cristiani è sempre cosa ardua, se non si voglia annacquare la parte più densa del Vangelo, quella che, in fatto di bontà, dovrebbe portare a contendere il primato con i monaci tibetani.
Nessuno, a suo tempo, pensò di rispondere a Croce con un testo che avrebbe potuto intitolarsi Perché non possiamo non dirci razionali, le cui motivazioni sarebbero state altrettanto o più convincenti. Le radici greche dell’Europa avrebbero prevalso su quelle giudaiche. Dalla scolastica medievale fino alle scienze contemporanee, logica e razionalità non sono mai venute meno, alternandosi a tendenze di segno opposto. Altrettanto corretto sarebbe stato un titolo come Perché non possiamo non dirci diabolici: stavolta, però, l’attenzione si sarebbe concentrata sui massacri e sulle schiavitù prodotte dagli Europei, sia in politica interna sia estera, sull’opulenza dell’Occidente, sugli scritti di Sade e di Nietzsche.
La civiltà europea, ivi comprese le sue diramazioni, è una realtà composita, che mal sopporta le riduzioni. Tra queste, la più deleteria è forse quella che oggi, per reazione al sanguinoso attacco portato anche nel cuore del continente europeo dall’estremismo islamico, fa di nuovo parlare di radici cristiane: significa cedere ad una provocazione, regredire a un livello di scontro che dovrebbe essere relegato ai libri di storia. La miglior risposta a tale violenza sarebbe, in primo luogo, ribadire la separazione tra politica e religione, insistere sulla laicità statale; affermato questo punto, indirizzare l’azione politica verso la massima distribuzione democratica del potere e della conoscenza, accentuando e diffondendo massimamente la coscienza ecologica e demografica. L’Occidente, anziché disputare sulle radici, dovrebbe cioè far maturare i frutti, cogliere i migliori e scartare quelli bacati.
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