venerdì 15 settembre 2017

Competere

   “Competere”, etimologicamente (cum + pĕtĕre, dirigersi, cercare, aspirare), è perseguire uno scopo comune a qualcun altro. In questo senso, tutti i viventi, per il semplice volersi mantenersi in vita, competono, come pure tutti quelli che vogliono crescere, o migliorare la propria condizione. Meno ampio è l’uso più frequente del verbo, che implica l’antagonismo, non la collaborazione: cose ambedue validissime, sempre che siano legittime le esigenze dei partecipanti e che siano premiati i meriti, che non si abbia perciò la minima ripercussione peggiorativa sulla collettività. Il solo impegnarsi in un qualunque lavoro ci mette in competizione con chi svolge la stessa attività, anche involontariamente. C’è poi lo sport, in cui la rivalità, finalizzata a evidenziare le qualità atletiche e certe qualità psicologiche, deve contenersi entro i limiti di un regolamento.
   Se però la giusta valutazione degli scopi e dei mezzi relativi richiede un livello di apprendimento che non è stato raggiunto, da una o da entrambe le parti, la competizione, in qualunque campo, si carica di odio e violenza. Ora, rispetto a un modello etico ideale, esistono forse personificazioni individuali, ma nessun popolo o Stato è indenne da esempi negativi, tali da giustificare l’ostilità di qualcuno, all’interno o all’esterno dei suoi confini. Bisogna però che le risposte, se vogliono essere costruttive, costituiscano esempi opposti, di civiltà contro la barbarie, di coscienza e giustizia contro la loro latitanza.

L'estensione del pensiero

  Nel Seicento, pensiero ed estensione erano separati sostanzialmente secondo Cartesio, e per Spinoza erano due modi dell’unica Sostanza. Oggi che la natura del pensiero è meglio conosciuta, questa contrapposizione cade, e possiamo dire che anche il pensiero ha un’estensione. Possiamo dirlo per diversi aspetti: per lo spazio in cui si svolge, che è quello delle più evolute aree cerebrali; per lo spazio che lo esprime, quello in cui risuonano le parole e quello in cui si materializza, con le opere che da esso procedono; infine, per lo spazio che esso comprende, per ciò che concepisce. Il pensiero ci appartiene, e il suo estendersi dà piacere, come all’essere sensibile lo dà qualunque espansione spazio-temporale. Naturalmente il piacere non sempre è segno attendibile del bene: quando manca la necessaria conoscenza, esso può anzi tradire, come fa l’esca col pesce. Anche la tecnica sviluppatasi nel Novecento ha mostrato un lato ingannevole, e il pensiero stesso, essendo l’espansione tecnica strettamente connessa alla sua, è apparso nella sua pericolosità, visti gli ambigui risultati. Esso si è distaccato dalle fasi precedenti per eccellenti ragioni, il rifiuto della superstizione e della schiavitù, ma oggi si pone addirittura la possibilità di una catastrofica riduzione della vita sulla Terra. Tuttavia, stigmatizzare l’espansione del pensiero in sé non avrebbe senso. È evidente come questa non sottragga nulla agli altri enti: conoscere o capire di più non incide sull’altrui estensione, non la limita maggiormente, come invece avviene con ogni altra acquisizione; procedendo però solo lungo una direzione, quella analitica e orizzontale, trascurando quella sintetica e verticale, essa ha visto tra le sue conseguenze un grave squilibrio tra umanità ed enti naturali, già oggi causa di dolore e morte, e ancor più domani, se non saranno trovati i rimedi. 
   La risposta al difetto di concezione sostanziale, quando se ne percepisce il danno, è di solito la sempreverde fede religiosa trasmessa dagli avi, oppure una d’importazione, o ancora uno dei vari sincretismi di religioni e scienze definiti come esoterici: risposte che si pongono, comunque, al di fuori del sapere, fuori dalla filo-sofia, illusorie quanto alla dinamica espansiva. La sintesi ontologica è quasi inesistente, persino tra i cultori del pensiero. L’ontologia, prima e dopo che il termine fosse coniato, fu posta in subordine alla metafisica, poiché sul concetto sostantivo dell’essere come unico, assoluto e infinito, fu sempre prevalente la credenza dualistica in un mondo intrinsecamente soprasensibile, fatto di puri spiriti e di idee, lo si descrivesse in termini platonici, teologico-aristotelici, teologico-biblici o quant’altro. Dopo i colpi inferti alla metafisica dai positivisti e dai materialisti, una certa emancipazione dell’ontologia si ebbe con Husserl, Hartmann e Heidegger, ma l’auspicabile svolta non ci fu. Ontologia e metafisica continuano tutt’oggi a essere mal distinte, e di solito le si coltiva o le si rigetta insieme. Nell’attuale scuola di ontologia “analitica”, che muove in particolare dal lavoro di Quine, si comprende il bisogno di osservare in questo campo lo stesso rigore metodologico della scuola detta, appunto, analitica; tuttavia, l’aggettivo preclude la prospettiva della totalità concettuale, cui non può accedere che l’ontologia stessa. A quel punto, essa diverrebbe “sintetica”, altrimenti non vi sarebbe alcun innalzamento, neppure individuale. Ciò dovrebbe poi tradursi in espressioni e atti capaci di comunicare ad ampio raggio, ben oltre la ristretta cerchia degli accademici specializzati, perché il mondo ne tragga beneficio. Un mondo che nel frattempo non si ferma, avanza o retrocede come può.

Il progetto

   Vi è un consorzio dai confini imprecisi, sparso a macchia di leopardo sulla superficie del Globo, unito da un comune concepire e volere: quello dell’amore di sé come parte di un amore molto più grande, che comprende esseri umani, opere d’arte, animali, piante, paesaggi terrestri e marini. Quello che li difende, lottando contro malattia, errore, ingiustizia e morte, ma accetta serenamente l’inevitabile assoluto, il destino mortale. Quello di chi si spende per la verità e la giustizia terrene, senza riguardo al costo che può comportare, anche fosse quello più alto. Ovviamente, chi, in genere, percepisce e vuole altro, ad esempio l’aldilà, o piuttosto il maggior potere d’acquisto possibile, con quali conseguenze per gli altri non importa, di questo consorzio non fa parte, a malapena ne sa qualcosa; tuttavia, vi è fra questi chi può cambiare, entrarvi, perfino diventarne elemento di forza. Sapere se e quanto esso possa estendersi, non ci è dato. L’amicizia universale non è una previsione, giusta o sbagliata, è semplicemente la miglior condizione immaginabile per questo pianeta, il più bel progetto a cui si possa contribuire. 

sabato 2 settembre 2017

Anima


  Nella maggior parte dei vocabolari, l’anima (e lo stesso dicasi per alma, âme, soul, seele), è in primis una proprietà dell’essere umano, ed è un principio, il “principio vitale”. Cioè, nulla di scientifico. Tuttavia il termine, per brevità e icasticità, può attualizzarsi come sinonimo di sistema nervoso, il circuito percezione-azione dei metazoi, vitale sì, ma al pari degli altri sistemi fisiologici. Il centro raccolta dati, collegato dai nervi ai margini, riceventi e trasmittenti, nell’uomo si distingue, nel bene e nel male, per misura e qualità. Vi si formano i pensieri, quelli giusti e quelli sbagliati, quelli nobili e quelli meschini, a seconda di quali e quante informazioni vi entrano, da prima ancora della nascita, nonché di come queste si dispongono, si confrontano, si trasformano. Il variare, all’esterno, delle occasioni, e del sostrato neurologico all’interno, segnano le differenze da persona a persona, per cui avremo profondità o semplicità, bellezza o maledizione, oppure quella frigidità che fa parlare di assenza d’anima. Ciò compreso, si fa evidente il criterio per valutare e progettare il dovere, anzitutto quello dei genitori e di quanti altri si occupano di infanzia e di scuola, poi del lavoro in genere: operare all’esterno dell’anima per consentirle percezioni benefiche e preservarla da quelle deleterie; e al suo interno, per agevolare le capacità cognitive, approfondire la ragione, curare le disfunzioni psichiche e prevenirle, anche attraverso le scoperte della genetica. Il resto, nel rispetto dei diritti primari di tutti, va lasciato ai processi selettivi naturali. Così procedendo, e se il mondo non finirà prima, è possibile una generazione umana che superi in valore gli altri animali, cosa attualmente negata, perché nell’uomo, in media, le altezze sono neutralizzate dai loro contrari.



giovedì 24 agosto 2017

Populisti ovunque

  “Populismo”, termine divenuto ricorrente fino alla noia nella comunicazione mediatica, compresa quella di certi filosofi e del papa, dovrebbe ormai essere esteso a qualunque discorso e provvedimento politico che, con ogni probabilità, non si tradurrà in una maggiore democrazia, non migliorerà per nulla la condizione generale della popolazione, semmai il contrario. Ciò, va da sé, in contraddizione con quanto i politici pensano, o forse soltanto con quanto dicono. Anche quelli che accusano altri di essere populisti potrebbero benissimo rientrare nella categoria. Si può star certi che ne sia del tutto estraneo solo chi ha una filosofia dei fini politici e una conoscenza dei mezzi per raggiungerli tali da renderlo, oltre che efficace, perfettamente sincero e onesto. Insomma, l’eccezione laddove dovrebbe essere la regola.

lunedì 21 agosto 2017

Antichi regimi

   In uno Stato retto da un regime autoritario, verso il quale la fiducia della popolazione dev’essere totale, dove glorificare il capo è obbligo, chi critica o dissente è punito con la massima durezza, i partiti d’opposizione sono illegali e il parlamento non c’è, o è sottomesso, non basta che una parte più o meno considerevole dei provvedimenti presi dall’autorità sia buona e giusta: per giustificare una tale assolutezza, il governo dovrebbe essere infallibile. Com’è noto, però, l’infallibilità non rientra nelle qualità umane, e l’errore ha conseguenze tanto più disastrose quanto più grande è il dominio di chi lo commette. Ciò spiega in gran parte il destino fallimentare di questi regimi. Le cose vanno meglio, quanto a durata, laddove una popolazione creda in un grande e giusto dio, il quale abbia dettato le spiegazioni e i regolamenti fondamentali a uno o più uomini, profeti o discepoli, e della cui volontà il governo politico sia il tramite temporale. Questo dio sarebbe infallibile per sua natura, e non credere in lui, bestemmiarlo o disprezzare il suo rappresentante sono reati capitali. Secondo le diverse religioni, fu così ovunque nel mondo per tutto il medioevo, e negli Stati islamici così è tutt’oggi, mentre la Chiesa non riuscì a reprimere la libertà di pensiero rinata, a gran distanza dall’epoca classica, fra Quattro e Cinquecento. Nulla fu più indubitabile, nemmeno l’esistenza di Dio: l’ordinamento fondato sul cristianesimo si sgretolò dalle fondamenta. Dopo il fallimento della Restaurazione, cominciò l’epoca della frammentazione ideologica, in cui posizioni conservatrici, liberali, comuniste, anarchiche, fasciste si contrapposero dapprima a parole, poi con i fatti, tra cui due guerre mondiali e il rischio di una terza. Si è infine creata l’attuale omogeneità politica tra molti Stati attorno a un sistema pluralista, con poteri separati e rinnovati a scadenze prefissate, parte dei quali a suffragio democratico; prevalgono generalmente forze moderate rispetto alle principali teorie, a discapito di quelle radicali. Non manca alcun genere di dissenso, ma quando ai mali vecchi e nuovi di cui tuttora soffrono le società contemporanee si vorrebbe ricorrere a ricette anacronistiche, dagli esiti come minimo ambigui, esso non merita alcuna considerazione, men che meno quando si cerca di imporle con la violenza.
  Se l’ordinamento cambierà di nuovo, sarà per una forte convergenza evolutiva delle idee fondamentali, e ciò potrebbe rendere la partecipazione all’attività legislativa ed esecutiva equiparabile a ogni altra professione, sebbene in una posizione di particolare rilievo. La selezione per esami di competenza eliminerà i fattori estranei alla sostanza politica che intervengono attualmente per catturare il consenso di massa, a suon di retorica e di lauti finanziamenti. La probabilità dell’errore sarà fortemente ridotta, ma nel caso il politico ne risponderà in termini di arretramento di carriera, di esclusione dal ruolo o di pena, a seconda della gravità, com’è previsto per qualunque altro cittadino.

martedì 15 agosto 2017

I due capi del filo

  Io sono nato il 3 maggio del 1963. Però questo non significa che il due, il primo maggio, il 30 aprile di quell’anno io non esistessi, al contrario, non ero diverso se non perché a una cert’ora di quella data cambiai definitivamente posto, dall’interno di mia madre mi ritrovai all’esterno, venni alla luce. Immaginando di osservare a ritroso, da quel momento, le fasi del mio sviluppo, vedo cominciare e poi aumentare le differenze; a un certo punto non riconosco più nel mio aspetto quello di un essere umano. Ancora più indietro, e di me, o di quell’entità che diverrà la mia persona, non vi è più traccia, e restano le sue cause: un uomo e una donna che abitano nella stessa casa, che dormono nello stesso letto matrimoniale dove, una volta di più, avranno un rapporto completo. Vengono poi le cause delle cause, come radici che si suddividono in altre radici, e in altre ancora, fino a che mi diventa impossibile conoscerle e tenerne il conto. La gravidanza di mia madre fu del tutto regolare, perciò nel novembre del 1962, passato dall’essere embrionale a quello fetale, tutti i miei organi erano formati, avevo già le fattezze di un essere umano. Ecco quel che mi fa propenso a datare da quel momento l’inizio della mia esistenza, e ad ammettere l’interruzione volontaria di gravidanza, senza che se ne debbano indagare i motivi, non oltre le sette settimane dal concepimento. Dopo, non è più possibile eseguirla tramite farmaco, e i rischi dell’intervento per la salute della gestante aumentano. Nelle normative di molti Stati prevale quest’ultimo aspetto, con varie approssimazioni: si va dalle dieci settimane del Portogallo alle ventidue dei Paesi Bassi. Si direbbe che se la tecnica potesse abbattere il rischio, la soglia legale sarebbe alzata, o esclusa del tutto, com’è già, chissà perché, in metà degli Stati Uniti. È dunque diffusa una scarsa distinzione tra l’inizio dell’esistenza e l’essere partoriti; rispetto alla sua antitesi, il porre l’inizio dell’essere umano nel giorno del concepimento, quest'opinione appare ancor più povera di pensiero. Fanno eccezione casi come la sindrome di down, diagnosticabile oggi non prima delle undici settimane, e ovviamente quelli delle complicazioni potenzialmente letali per la gestante.
   All’altro capo del filo, alla fine, mi attende un’altra data. Stavolta non dovrebbe porsi alcun divario, morire e non essere più sono lo stesso. Non mancano quaggiù circostanze particolari, che di nuovo manifestano opposte mentalità. Gli ospedali sono forniti di apparecchiature che tengono in vita persone gravemente malate o incidentate, sostituendo la perduta facoltà di alimentarsi, idratarsi o respirare; ma quella vita è tanto penosa e limitata da sembrare tutt’altro che un guadagno. Dopo un certo tempo, in molti casi, esse rivogliono ciò che tali mezzi hanno scongiurato. Per costoro, il giorno della morte rinviata precede quello della morte desiderata. La prima, se non è trovata una cura efficace, e se non abbia annientato coscienza e sensibilità, è morte dello spirito, inteso come volontà di vivere. Possono esserne causa non solamente le irreparabili lesioni del sistema nervoso e muscolare, ma anche quelle psicologiche, quando siano tali da rendere insopportabile la percezione di sé e del mondo. Tuttavia l’esistenza, l’essere in un modo, spazio e tempo determinati, pur trascinandosi prosegue, mentre dopo la data che probabilmente qualcun altro, da qualche parte, scriverà, quel che resta non è più, non è mai lo stesso essere. Io non mi identifico con una massa inanimata, con un cibo per larve di insetti, con le future, ignote composizioni delle mie particelle subatomiche e onde di energia, con qualsivoglia effetto che mi sopravviva, prodotto dal mio essere sull’altro. Certo, in senso poetico, se per i suoi effetti principali una vita merita un’estesa riconoscenza, può continuare anche sotterra, ed è quella, non l’aldilà del luogo comune, la “miglior vita”.