Mediamente, le popolazioni del mondo odierno
sono più eterogenee che in passato quanto a idee generali. Prima grande e
rudimentale distinzione è quella tra chi è religioso e chi non lo è, poi
ambedue le categorie si suddividono, la prima in diversi tipi e gradi di
religiosità, l’altra secondo varie anime del libero pensiero. In molti campi, i
giudizi degli uni divergono spesso da quelli degli altri, ma entro uno Stato
non può valere che un solo corpus di leggi: è dunque inevitabile che solo una
parte sia soddisfatta, quella che trova la propria visione delle cose
sufficientemente rispecchiata nella legge che si stabilisce. Tuttavia, le
condizioni delle altre parti non sono certo indifferenti rispetto all’una o
all’altra ideologia predominante. Se la legge s’ispira a una dottrina
religiosa, chi non ha quel credo può trovarsi impedito nelle scelte personali:
ad esempio, potrebbe voler ricorrere all’eutanasia, all’aborto farmacologico,
divorziare dal coniuge, ma non può. Se, all’estremo opposto, l’ideologia porta
ad osteggiare la religione e a non ammettere alcun’obiezione di coscienza, la
violazione dei diritti colpisce chi è religioso. Dove la legge né si ispira
alla religione né la proibisce, il credente non è obbligato a commettere
alcun’azione che ritenga peccato, ognuno può decidere di se stesso, a tutti è
vietato solo procurare danno ad altri. Se le costituzioni contengono
riferimenti alla laicità ovvero alla libertà di pensiero e di credo, qualunque
maggioranza manifestata dai suffragi è tenuta a rispettare tale indirizzo,
coerentemente con lo scopo di perseguire l’interesse onnicomprensivo, che è
quello di ogni giusto atto politico. Un sistema di pensiero manifesta il suo
valore soprattutto in base a tali effetti.
lunedì 2 ottobre 2017
domenica 17 settembre 2017
Gli errori dell'invidia
Complessa e
delicata come un raffinato meccanismo, la nostra mente è esposta a ogni genere
di incidenti, per cui si può comprendere come, nell’arco completo delle azioni
umane, troviamo, accanto alle meraviglie del genio e dell’eroismo, le peggiori
bassezze e patologie. La coscienza si sviluppa dal confronto fra tutte le
determinazioni che distinguiamo nella realtà, quindi anche fra l’io e l’altro; suddivisi
a loro volta in diverse parti, il cervello individua e registra le identità e
le differenze, non con la neutralità di un computer, ma come organo di un’entità
vivente, un singolare metazoo, per il quale il sentire e il volere sono tutt’uno
con il capire. Una coscienza bramosa di comprensione non si ferma all’altrui
consiglio, sospetta che certi limiti siano visti come tali solo per pavidità.
Essa corre i maggiori rischi, e cade spesso nell’errore, ma non ha altro modo
di verificare se sia giusto trattenersi, se l’esperienza tramandata esaurisca
ogni possibilità, o se vi siano altri territori da percorrere. Nel mezzo
dell’impervio cammino, possiamo trovarci nel pantano dell’invidia, termine con
cui si indica un comune errore e l’ingiustizia che produce, qualcosa che appare,
appena la si superi, come un’enorme sciocchezza. Io non ho le qualità che vedo
nei miei simili, se sono tali da attrarre l’attenzione, l’ammirazione, l’amore
di molti? Forse è vero, però alcuni di quei pregi potrebbero essere in me
latenti, e altri, forse, sono sopravvalutati, la gente li apprezza perché non
ha ancora trovato di meglio. Comunque, se l’altro è effettivamente più
simpatico, più bello o più intelligente di me, se è più ricco di me senza aver
rubato, non posso certo fargliene una colpa. Non posso nemmeno prendermela con
i miei genitori, se ho difetti congeniti: non è forse legittimo per chiunque il
desiderio per cui, di solito, si dà la vita e la si fa crescere? Dovevano essi ricorrere
all’ingegneria genetica prima che l’embrione che ero si sviluppasse, in modo da
perfezionarne il DNA? Avrebbero dovuto vivere in un ipotetico futuro, e potersi
permettere la spesa, visto che difficilmente la manipolazione genetica umana,
dovesse un giorno essere legale,
rientrerà mai fra i servizi sanitari pubblici.
Più sensato è ripercorrere i fatti della
vita, comprendere quali tra essi possano averla condizionata negativamente,
specie quando eravamo immaturi: probabilmente riaffioreranno dalla memoria insegnamenti
errati, punizioni ingiuste, violenze, scene traumatizzanti a cui abbiamo
assistito. In tal caso, tuttavia, ci guarderemo dall’emulare il conte di
Montecristo. Differentemente dal romanzo, i danni da noi subiti risalgono alla
nostra infanzia, i colpevoli non sempre sono rintracciabili, forse alcuni di
loro sono malati o morti, o hanno già pagato per qualche malefatta; anche non fosse
così, fargliela pagare legalmente potrebbe essere difficile, se non impossibile.
Da notare che, compiuta la molteplice vendetta, il conte ne ebbe rimorso,
essendosi ricordato che il Vangelo comanda il perdono, e che si lasci a Dio il
giudizio. Proprio da questo deriva che, se c’è un vero cristiano, quello
combatterà la propria eventuale invidia con tutti i santi mezzi. Se, invece,
c’è un pensiero profondamente filosofico, esso ci dirà di voltare pagina, di
guardare anzitutto al bene che, dopotutto, è rimasto in noi, e di coltivarlo,
anche se in questo modo, alla lunga, qualcuno potrebbe cominciare a invidiarci.
venerdì 15 settembre 2017
Rapporti economici
Tutti noi abbiamo qualità utili per la società, una certa “forza lavoro”, parafrasando Marx, o ne avremo se siamo ancora bambini, e ne avevamo, se siamo invalidi. C’è chi l’ha interamente convertita in “forza delinquenza”, chi ne fa a meno perché beneficia di rendite, chi fa altrettanto, ma perché vive di carità. Tra quanti costituiscono la popolazione attiva, molti contano per lunghi periodi su di un solo acquirente, talvolta una singola persona, assai più spesso un ente pubblico, o un’azienda privata; alcuni di essi possono cambiare acquirente con una certa facilità, altri no. Imprenditori, azionisti, commercianti e liberi professionisti, invece, hanno molti acquirenti nello stesso tempo. Entro questa stringata classificazione, troviamo le attività, le condizioni economiche e i margini di rischio più diversi, il risultato di una lunga storia. Nulla di radicalmente sbagliato, come lo sono, al contrario, due politiche opposte, ambedue escluse da un buon articolo della Costituzione italiana, il 41:
1) Abolire l’iniziativa economica privata. Ciò elimina inizialmente la disoccupazione, ma spegne la vitalità naturale e culturale, provocando stagnazione economica e impoverimento.
2) Lasciare che l’iniziativa privata entri «in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»; si aggiungano i danni alla salute, all’ecosistema, al paesaggio, alle condizioni degli animali da allevamento.
Nel mondo attuale, pochi Stati commettono il primo sbaglio, ma le ideologie che non lo concepiscono come tale non spariscono, anche perché il secondo, per l’ignavia dei governi, resta frequente.
Competere
“Competere”, etimologicamente (cum + pĕtĕre, dirigersi, cercare, aspirare), è perseguire uno scopo comune a qualcun altro. In questo senso, tutti i viventi, per il semplice volersi mantenersi in vita, competono, come pure tutti quelli che vogliono crescere, o migliorare la propria condizione. Meno ampio è l’uso più frequente del verbo, che implica l’antagonismo, non la collaborazione: cose ambedue validissime, sempre che siano legittime le esigenze dei partecipanti e che siano premiati i meriti, che non si abbia perciò la minima ripercussione peggiorativa sulla collettività. Il solo impegnarsi in un qualunque lavoro ci mette in competizione con chi svolge la stessa attività, anche involontariamente. C’è poi lo sport, in cui la rivalità, finalizzata a evidenziare le qualità atletiche e certe qualità psicologiche, deve contenersi entro i limiti di un regolamento.
Se però la giusta valutazione degli scopi e dei mezzi relativi richiede un livello di apprendimento che non è stato raggiunto, da una o da entrambe le parti, la competizione, in qualunque campo, si carica di odio e violenza. Ora, rispetto a un modello etico ideale, esistono forse personificazioni individuali, ma nessun popolo o Stato è indenne da esempi negativi, tali da giustificare l’ostilità di qualcuno, all’interno o all’esterno dei suoi confini. Bisogna però che le risposte, se vogliono essere costruttive, costituiscano esempi opposti, di civiltà contro la barbarie, di coscienza e giustizia contro la loro latitanza.
L'estensione del pensiero
Nel Seicento, pensiero ed estensione erano separati sostanzialmente secondo Cartesio, e per Spinoza erano due modi dell’unica Sostanza. Oggi che la natura del pensiero è meglio conosciuta, questa contrapposizione cade, e possiamo dire che anche il pensiero ha un’estensione. Possiamo dirlo per diversi aspetti: per lo spazio in cui si svolge, che è quello delle più evolute aree cerebrali; per lo spazio che lo esprime, quello in cui risuonano le parole e quello in cui si materializza, con le opere che da esso procedono; infine, per lo spazio che esso comprende, per ciò che concepisce. Il pensiero ci appartiene, e il suo estendersi dà piacere, come all’essere sensibile lo dà qualunque espansione spazio-temporale. Naturalmente il piacere non sempre è segno attendibile del bene: quando manca la necessaria conoscenza, esso può anzi tradire, come fa l’esca col pesce. Anche la tecnica sviluppatasi nel Novecento ha mostrato un lato ingannevole, e il pensiero stesso, essendo l’espansione tecnica strettamente connessa alla sua, è apparso nella sua pericolosità, visti gli ambigui risultati. Esso si è distaccato dalle fasi precedenti per eccellenti ragioni, il rifiuto della superstizione e della schiavitù, ma oggi si pone addirittura la possibilità di una catastrofica riduzione della vita sulla Terra. Tuttavia, stigmatizzare l’espansione del pensiero in sé non avrebbe senso. È evidente come questa non sottragga nulla agli altri enti: conoscere o capire di più non incide sull’altrui estensione, non la limita maggiormente, come invece avviene con ogni altra acquisizione; procedendo però solo lungo una direzione, quella analitica e orizzontale, trascurando quella sintetica e verticale, essa ha visto tra le sue conseguenze un grave squilibrio tra umanità ed enti naturali, già oggi causa di dolore e morte, e ancor più domani, se non saranno trovati i rimedi.
La risposta al difetto di concezione sostanziale, quando se ne percepisce il danno, è di solito la sempreverde fede religiosa trasmessa dagli avi, oppure una d’importazione, o ancora uno dei vari sincretismi di religioni e scienze definiti come esoterici: risposte che si pongono, comunque, al di fuori del sapere, fuori dalla filo-sofia, illusorie quanto alla dinamica espansiva. La sintesi ontologica è quasi inesistente, persino tra i cultori del pensiero. L’ontologia, prima e dopo che il termine fosse coniato, fu posta in subordine alla metafisica, poiché sul concetto sostantivo dell’essere come unico, assoluto e infinito, fu sempre prevalente la credenza dualistica in un mondo intrinsecamente soprasensibile, fatto di puri spiriti e di idee, lo si descrivesse in termini platonici, teologico-aristotelici, teologico-biblici o quant’altro. Dopo i colpi inferti alla metafisica dai positivisti e dai materialisti, una certa emancipazione dell’ontologia si ebbe con Husserl, Hartmann e Heidegger, ma l’auspicabile svolta non ci fu. Ontologia e metafisica continuano tutt’oggi a essere mal distinte, e di solito le si coltiva o le si rigetta insieme. Nell’attuale scuola di ontologia “analitica”, che muove in particolare dal lavoro di Quine, si comprende il bisogno di osservare in questo campo lo stesso rigore metodologico della scuola detta, appunto, analitica; tuttavia, l’aggettivo preclude la prospettiva della totalità concettuale, cui non può accedere che l’ontologia stessa. A quel punto, essa diverrebbe “sintetica”, altrimenti non vi sarebbe alcun innalzamento, neppure individuale. Ciò dovrebbe poi tradursi in espressioni e atti capaci di comunicare ad ampio raggio, ben oltre la ristretta cerchia degli accademici specializzati, perché il mondo ne tragga beneficio. Un mondo che nel frattempo non si ferma, avanza o retrocede come può.
Il progetto
Vi è un
consorzio dai confini imprecisi, sparso a macchia di leopardo sulla superficie
del Globo, unito da un comune concepire e volere: quello dell’amore di sé come
parte di un amore molto più grande, che comprende esseri umani, opere d’arte,
animali, piante, paesaggi terrestri e marini. Quello che li difende, lottando contro malattia,
errore, ingiustizia e morte, ma accetta serenamente l’inevitabile assoluto, il destino
mortale. Quello di chi si spende per la verità e la giustizia terrene, senza riguardo al
costo che può comportare, anche fosse quello più alto. Ovviamente, chi, in
genere, percepisce e vuole altro, ad esempio l’aldilà, o piuttosto il maggior
potere d’acquisto possibile, con quali conseguenze per gli altri non importa, di
questo consorzio non fa parte, a malapena ne sa qualcosa; tuttavia, vi è fra
questi chi può cambiare, entrarvi, perfino diventarne elemento di forza. Sapere
se e quanto esso possa estendersi, non ci è dato. L’amicizia universale non è
una previsione, giusta o sbagliata, è semplicemente la miglior condizione
immaginabile per questo pianeta, il più bel progetto a cui si possa
contribuire.
sabato 2 settembre 2017
Anima
Nella maggior parte dei vocabolari, l’anima
(e lo stesso dicasi per alma, âme, soul,
seele), è in primis una proprietà dell’essere umano, ed è un principio, il
“principio vitale”. Cioè, nulla di scientifico. Tuttavia il termine, per
brevità e icasticità, può attualizzarsi come sinonimo di sistema nervoso, il
circuito percezione-azione dei metazoi, vitale sì, ma al pari degli altri
sistemi fisiologici. Il centro raccolta dati, collegato dai nervi ai margini,
riceventi e trasmittenti, nell’uomo si distingue, nel bene e nel male, per misura
e qualità. Vi si formano i pensieri, quelli giusti e quelli sbagliati, quelli
nobili e quelli meschini, a seconda di quali e quante informazioni vi entrano,
da prima ancora della nascita, nonché di come queste si dispongono, si
confrontano, si trasformano. Il variare, all’esterno, delle occasioni, e del sostrato
neurologico all’interno, segnano le differenze da persona a persona, per cui avremo
profondità o semplicità, bellezza o maledizione, oppure quella frigidità che fa
parlare di assenza d’anima. Ciò compreso, si fa evidente il criterio per valutare
e progettare il dovere, anzitutto quello dei genitori e di quanti altri si
occupano di infanzia e di scuola, poi del lavoro in genere: operare all’esterno
dell’anima per consentirle percezioni benefiche e preservarla da quelle deleterie;
e al suo interno, per agevolare le capacità cognitive, approfondire la ragione,
curare le disfunzioni psichiche e prevenirle, anche attraverso le scoperte
della genetica. Il resto, nel
rispetto dei diritti primari di tutti, va lasciato ai processi selettivi naturali. Così
procedendo, e se il mondo non finirà prima, è possibile una generazione umana che
superi in valore gli altri animali, cosa attualmente negata, perché nell’uomo,
in media, le altezze sono neutralizzate dai loro contrari.
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