Nihil est sine ratione, diceva Leibniz; detto
diversamente, tutto ciò che esiste ha una causa, o meglio una serie di cause
efficienti. I governi esistono, quindi anche l’azione di governo sottostà a
questa legge ontologica. Da indicare, tra le cause del governo, il diritto
grazie a cui certe persone governano: in passato, esso veniva da azioni di
forza, da eredità o da elezioni oligarchiche, oggi prevale il suffragio
universale, domani chissà. Se tuttavia ci atteniamo alla causa immediata dei
governi, questa non è altro che la coscienza dei governanti, e l’elemento
essenziale di tale coscienza è o dovrebbe essere il concetto del bene, quello
della Nazione, del popolo, insomma il bene generale. Nel corso dei secoli, le
società umane hanno individuato nell’elezione popolare il mezzo che più di
tutti dà alle nazioni un governo mosso da questo concetto, eppure è del tutto
evidente che, ancora una volta, il perseguimento del bene non è garantito.
Compiuta l’opera di persuasione, difatti, nelle aule governative la voce del
popolo comincia spesso a giungere flebile, o distorta, mentre è stentoreo il
richiamo degli affaristi, ai quali tali politici finiscono col somigliare,
quando non sono addirittura la stessa persona. Nulla di intrinsecamente
malvagio nell’abilità ad arricchirsi, ma una politica che, anziché includerne le dinamiche nella propria azione di governo, si fa governare da chi la
possiede, non è più rispettabile delle politiche che ci siamo lasciati alle
spalle.
lunedì 19 marzo 2018
martedì 27 febbraio 2018
Essere o non essere onesti
«Purtroppo sono onesta», sentii dire un giorno da
Marta, una studentessa che aveva appena saldato un debito, per via di un’utenza
presso un’abitazione da lei lasciata un paio di mesi prima. L’accordo era
meramente fiduciario, ed io, con intento elogiativo, le avevo fatto presente
che, in quei casi, si trova spesso chi se ne infischia e sparisce senza aver pagato, certo di non
subirne conseguenze perniciose. La risposta della giovane mi giunse come una
nota stonata, e il mio tentativo di rettificarla non fu abbastanza efficace.
Quel “purtroppo” anteposto all’aggettivo manifestava l’idea che la disonestà
paghi assai più del suo opposto, cioè che l’essere onesti sia un difetto, o una
condanna. Un’onestà come quella di Marta lascia molti dubbi, poiché sembra
dovuta alla debolezza anziché alla forza d’animo, e avere come effetto la
frustrazione, non certo l’orgoglio. Del resto, crescere in un Paese dove figure
condannate per frode, peculato e corruzione occupano indisturbati cariche di
grande rilievo nella pubblica amministrazione, nelle quali vengono confermati
persino dal voto popolare, non aiuta ad acquisire un differente concetto di
questa virtù. Appena, però, si diventa coscienti che se non fosse per gli atti
onesti, e più in genere per quelli eticamente responsabili, la società e la
cultura neppure esisterebbero, non si può ripudiare né sottovalutare
l’attitudine etica senza provare vergogna, come non si può che andar fieri di
sé, quando si è consci di appartenere alla classe dei responsabili. Difatti,
l’onestà di uno si risolve in un vantaggio per tutti, mentre dalla disonestà
traggono vantaggio solo chi la compie e i suoi sodali: un vantaggio, tuttavia,
che di fronte a quello dell’onesto, qualora la riconoscenza meritata non resti
latente, è come la luce di un fiammifero sotto un sole sfolgorante.
venerdì 16 febbraio 2018
Sovrani e sudditi
C’erano una volta i re, c’era la disuguaglianza di fatto e di diritto, il rispecchiamento di un ordine immutabile, stabilito dalla natura, o da Dio, che poi è lo stesso, essendo questi il Creatore Pantocràtore. Tale ordine voleva che i territori abitati dall’uomo fossero società composte di un principe sovrano e dalla schiera dei suoi sudditi, divisi in vari livelli o caste. Accadde poi, dopo molti libri, scontri e ammazzamenti, prima in un Paese, poi in un altro e in altri ancora, che tutti i sudditi, anche quelli più umili, furono dichiarati sovrani. Non doveva più essere che un uomo stesse sopra, più in alto, più libero di tutti gli altri, né che qualcuno subentrasse al suo posto dopo morte o rinuncia. Fu solennemente proclamato che ognuno ha diritto a una parte di potere, la stessa di ogni altro, almeno nell’essenza. Si attribuì la sovranità, termine che fu conservato, all’insieme dei cittadini, al popolo, inteso come tale insieme, sotto cui non restava dunque che il territorio stesso, con i suoi minerali, piante e animali.
Tuttavia, a una svolta epocale, dopo secoli di immobilità, non ci si può adattare da un giorno all’altro, ci vuole tempo, esercizio, pazienza. Ecco perciò apparire quelli che fraintendono grossolanamente il senso dell’avanzamento, attribuendosi il diritto anche di rubare, picchiare e ammazzare chicchessia. «Non era forse questo che i re ordinavano ai loro sgherri, quando pareva loro? Solo che io lo devo fare da me, il più delle volte». Facile vedere come questi soggetti non abbiano ben compreso che l’accesso alla sovranità riguarda loro come ogni altro cittadino, perciò i casi
sono due: o si finisce nel bellum omnium contra omnes con relativo crollo della condizione umana, o si coniuga la libertà con il rispetto generale, come dovrebbe essere sempre. Eppure, una piccola parte di nuovi despoti, quelli particolarmente abili nel settore degli affari, trovano modo di riprodurre, per molti aspetti, la figura del monarca, al punto di compiere atti illeciti senza veder scalfito il loro potere, che dai campi dell’economia e della finanza si estende a quelli della stampa e della politica. Questo strano fenomeno è reso possibile da chi non si sente degno dell’emancipazione. «Io “sovrano”? Grazie, ma non mi incantate, in tutta onestà sono e resto suddito, sovrano ditelo a quelli ben più forti di me». Più il numero dei timorosi è elevato, più la sovranità popolare resta allo stato di desiderata, e la rivoluzione democratica si mostra come un processo lento e incerto.
lunedì 12 febbraio 2018
Il sale e la peste
Tesi. Senza l’uomo, che cosa sarebbe il mondo? La Terra è un miracolo, con il suo pullulare di esseri viventi, il tesoro delle forme, dei colori, dei fenomeni naturali; affascinante è il cielo, e di là di esso l'incommensurabile moltitudine di stelle. Tuttavia chi, di fronte a tutto ciò, può farsi pervadere dalla meraviglia, oltre all’uomo? Forse un dio, un angelo, un’intelligenza aliena: tutte ipotesi che attendono da millenni la conferma, e che ipotesi potrebbero restare per sempre. E i capolavori dell’arte, della musica, le scoperte della scienza, le opere sempre più raffinate dell’ingegno umano, sono forse cose trascurabili, o piuttosto aggiungono valore a valore, spettacolo a spettacolo? I corpi dell’uomo e della donna, i volti, gli sguardi, le parole, i gesti, le danze, non sono spesso tali da commuovere fino alle viscere? Sì, l’uomo è il sale della Terra.
Antitesi. Con l’avvento dell’uomo, la colpa fece il suo ingresso sulla scena del mondo, e si sparse nei cinque continenti. Certo, la natura conosceva già il dolore, l’agonia dell’animale da preda tra le fauci del carnivoro, ma nel dominio dell’istinto non venne mai meno l’innocenza, e gli equilibri biologici restavano inalterati. La coscienza doveva porsi a coronamento dell’evoluzione universale, ma l’uomo è fermo in mezzo al guado, con l’istinto
alle spalle e la coscienza davanti a sé, non raggiunta. Ecco perciò il dilagare dell’inganno, della malafede, della meschinità, dell’avidità, di tutti i generi d’ingiustizia. Ecco, infine, la vita sul pianeta violentata e minacciata dall’invadenza di una singola specie, schiava e vittima del proprio stesso potere. Sì, l’uomo è la peste della Terra.
Sintesi. Lotta intraspecifica, lotta dell’uomo contro l’uomo: questo il destino di una specie tanto diseguale da far convivere i contrari. Ogni fazione, radunata attorno al suo comandante, si reputa nel giusto avendo obiettivi divergenti da quelli dell’altra, ma tra
queste vi è, forse, quella che possiede un criterio oggettivo con cui distinguere il
bene dal male, ciò che va conservato e ciò che va cambiato. Perlomeno, vi dev’essere
la parte che discerne in base a una ragione più solida e profonda delle altre:
solo se questa trionferà l’uomo potrà
essere proclamato sale, e in nessun modo
peste di questa Terra.
La grande bolla
Coscienza
biologica è comprendere sia che l’essere interessati da un processo di
espansione spazio-temporale produce piacere, sia che non sempre ciò coincide
con il bene dell’interessato. Quando non coincide, un po’ come la metaforica bolla di ambiti meno vasti, il piacere
illude, rinforza verso un precipitoso arretramento, segnato dal dolore e dalla
desolazione, ma, se non è di quei casi in cui si perde tutto, foriero anche di
apprendimento e di una completa revisione del concetto di bene. Con l’andare del tempo diviene sempre più probabile che dell’inganno,
ben noto come problema umano individuale ai maestri spirituali di ogni tempo e
luogo, sia vittima l’intera nostra specie, la quale sembra ormai diventata il
kamikaze del mondo. Chi oggi vede non lontana la catastrofe ha ragioni concrete,
essendone preannuncio i cambiamenti climatici, l’inquinamento delle acque, la riduzione
della biodiversità, il fatto che la popolazione umana, con i suoi consumi, i
suoi rifiuti e le sue attrezzature, tra cui le armi nucleari, ha superato i
sette miliardi e mezzo di unità, e aumenta tuttora, seppure con un tasso di
crescita minore rispetto al picco degli anni Sessanta. In mezzo alla mediocrità
di quelli che non percepiscono il pericolo, quelli che preferiscono non
pensarci e quelli che vorrebbero mettere la retromarcia alla macchina del tempo,
spicca per saggezza chi si impegna per la conversione ecologica delle tecniche
inquinanti, chi è disposto a cospicue rinunce e particolari attenzioni per non
partecipare al disastro, chi difende i patrimoni naturali dagli sfruttatori
intensivi, il che, in certi Paesi tropicali, significa spesso martirio. Comprensione e riconoscenza:
questi i campi in cui l’uomo può trovare, al posto di quella momentanea e
illusoria, un’espansione autentica.
giovedì 9 novembre 2017
Trio
Giardini pubblici di una città.
Un portafogli giace sull’erba, poco distante dal sentiero. All’interno, la
carta d’identità del signor Yamamoto, varie tessere, banconote per trecento
euro. Nei dintorni, passeggiano, ognuno per conto proprio, i signori Jong, Park
e Martin. Il caso vuole che i tre abbiano caratteri ben determinati, ma ciascuno
a proprio modo: le loro posizioni sono nette come i tre vertici di un
triangolo, nella cui area molti si stabiliscono e molti altri si spostano.
Se il portafogli lo vedrà per primo Jong, il
denaro finirà rapidamente nelle sue tasche, il resto in un cestino.
Negli altri due casi, Yamamoto
riavrà il portafogli col denaro. A lui non interesserà granché saperlo, ma le
motivazioni psicologiche dell’uno non sono le stesse dell’altro.
Park crede che appropriarsi di cose altrui
sia atto peccaminoso, punito dallo Spirito.
Martin pensa che quando è possibile risalire
al proprietario, sia giusto fargli riavere ciò che ha perso, per i principi di
giustizia, di solidarietà, di civiltà su cui si basa la vita sociale del nostro
tempo.
Se, in riferimento alle possibili
conclusioni del fatto, Park e Martin si trovano dalla stessa parte e Jong in
quella opposta, un altro aspetto accomuna Jong e Martin: nessuno dei due crede
in un dio o in un karma, ambedue si attengono alla pura razionalità. Dunque, si
direbbe che la ragione non sia universale, come sostiene la maggior parte dei
filosofi, che del resto giungono a conclusioni diverse l’uno dall’altro a
proposito di eguali argomenti. Tuttavia, la realtà è come un immenso poliedro,
e ci si può illudere di averla ben compresa dopo aver visto e misurato solo una
o alcune delle sue facce. Martin ha indagato più di Jong, conosce molte più
facce del poliedro, perciò, nonostante impieghino lo stesso strumento, i loro
comportamenti possono divergere completamente, soprattutto quanto al valore.
In questa circostanza, come in altre, le
conclusioni della razionalità confermano i sentimenti di chi non si attiene ad
essa, se non per la prassi più spicciola. Park è un sincretista, pensa che in
tutte le religioni vi sia un “fondo di verità comune”: verità intesa come
rivelazione, illuminazione o intuizione soprannaturale, cioè irrazionalmente.
Queste “grazie divine”, o lumi spirituali, sono in realtà suggestioni mitiche,
simboliche e rituali, spesso capaci di accendere i sentimenti dell’infinito,
dell’unità e della giustizia prima che se ne abbia il chiaro concetto. Sono
così evitate le ardue imprese della pura e adulta ragione, con il rischio che
comportano, quello di fermarsi troppo presto e di sprofondare nelle paludi della
crudeltà o dell’angoscia; ciò significa, però, rinunciare ai superiori
obiettivi della coscienza, ed è questa un’altra stagnazione.
Avventure invisibili
I. Ottobre
Nella
testa di Smith il commerciante, che sta guidando la sua vettura lungo
un’autostrada sgombra, procede da alcuni minuti una certa sequenza di pensieri,
un misto di ricordi e considerazioni, sotto forma di immagini e parole che si
susseguono e spesso si accavallano. Tutto sembra regolare: il dipolo estetico,
dispositivo psichico che reagisce alle percezioni, esterne e interne, secondo
la propria scala di valori, ha un segno blandamente positivo, finché la catena
presenta un anello che, d’un tratto, fa calare l’asticella estetica di parecchi
gradi. È quel broker, Bernard, il suo atteggiamento freddo, la necessità di
incontrarlo di nuovo, tra breve. Ma c’è anche l’errore del giorno prima, quando
Smith, parlando con Fernandez l’orefice, ha attribuito a Oscar Wilde un verso
di Keats, poi gli è sorto il dubbio, e Fernandez, che non aveva detto nulla, se
n’era ormai andato, e chissà che cosa avrà pensato. In questi casi, vi sono tre
possibilità principali: fissarsi sul fatto spiacevole, soffermarsi su di esso per
un tempo limitato, o cambiare oggetto d’attenzione in un attimo, non appena
avvertita la sensazione negativa. Ogni scelta ha proprie motivazioni e proprie
conseguenze. Indugiare su un oggetto psichico che trasmette una sensazione
molesta, sia esso ricordo, concetto o costruzione immaginaria, testimonia a se
stessi una difficoltà personale, che si spera di superare riflettendo,
sviscerando i vari aspetti del problema. Questo costringe il soggetto a una
sofferenza, variabile per durata e intensità, secondo che la riflessione sia
proficua o, al contrario, si contorca da ogni lato senza venire a capo di
nulla. Smith, ad esempio, tende a rimuginare, invece Fernandez si sbarazza
dell’oggetto fastidioso con una rapidità sorprendente. Di solito, ciò è dovuto
all’incoscienza, alla pigrizia, all’attitudine irresponsabile di chi non vuole
affrontare la realtà, quando non è piacevole; tuttavia, passano giorni, mesi,
anni, e lui è sempre tranquillo, di buon umore, lontano dai guai. Il suo caso
non è neppure quello del cristiano convinto, del buddhista, del seguace di
Steiner, di Gurdjieff, di Beinsa Douno il Bulgaro; di chi, in genere, crede di
apprendere da un maestro spirituale, vivo, morto o resuscitato, il modo giusto
per liberare l’anima dai suoi mali. Per Fernandez, lo sdoppiamento del mondo e
dell’uomo in materia e spirito non rappresenta la realtà. La sua mente ha una
ragione ottimale, molto allenata, in grado di respingere ogni tentativo di
mortificazione, da qualunque parte provenga, ne trae anzi nuovo vigore. Può
sbagliare, ma ciò non riguarda in alcun modo le acquisizioni principali
dell’umana coscienza, perciò, quando succede, lo riconosce senza difficoltà,
anche apertamente, palesando in tal modo la differenza assiologica tra i
concetti.
Manca una trentina di chilometri per
l’uscita autostradale, e il cervello di Smith ha circa venti minuti di tempo
libero, essendovi sempre scarso traffico. Fernandez non è glaciale come
Bernard, anzi, solitamente è affabile e comprensivo. Smith prova piacere ogni
volta che lo vede, ne ha anche una certa invidia, seppure non sia né più ricco
né più bello di lui. Lo conosce da poco, e non può sapere che il passato
psicologico dell’orefice comprende un periodo di tre anni e mezzo durante cui
ha attraversato i territori più insidiosi, incontrato mostri degni degli
antichi poemi, sfiorato più volte la caduta da cui non ci si rialza. Smith lo
percepisce come un fortunato, e lo è, ma dimentica che la buona combinazione
genetica è nulla senza l’apprendistato, le prove, l’esercizio, e più sono
severi, migliore è l’esito, una volta superati. Comunque, questa differenza fra
lui e Fernandez è per Smith un motivo di disagio più intenso di molti altri. In
cerca di soluzioni, egli comincia ad accarezzare l’idea di seguire un corso di meditazione. S’informerà.
II. Dicembre
Mentre percorre la solita autostrada, Smith
torna col pensiero all’esperienza di meditazione fatta un mese fa. La scelta
non fu semplice, per l’enorme varietà delle offerte che si trovò di fronte,
anche considerando solo la sua provincia, e poi dovette considerare le
differenze di prezzo. Un corso più caro corrispondeva a un metodo più efficace?
A una dottrina più vera? Scommise con la sorte che non fosse così, e scelse un
corso a libera offerta, uno tra i meno ermetici, almeno stando alla
presentazione. In effetti, era abbastanza semplice, ma improntato ad
un’austerità di tipo monastico che gli costò non poco sacrificio. Tuttavia, il
commerciante è poco propenso a proseguire il cammino con un secondo corso più
avanzato, come prevedono tutti i metodi del genere. Ora egli cerca di evitare
le solite lotte estenuanti con i pensieri aggressivi, spostando la sua
attenzione su piccole cose, come il proprio respiro, il battito del cuore,
alcune formule riposanti, ma gli si è insinuata una nuova percezione
sgradevole, senza una precisa forma logica, risalente alle persone incontrate
in quel ritiro, in primo luogo Jensen il maestro: la sua gentilezza non gli è
sembrata genuina, e a volte ridacchiava per un motivo che non capiva. Con gli
altri frequentatori ha comunicato poco, alcuni erano troppo introversi, dopo il
corso non ha visto o sentito nessuno di loro. Di questa sua esperienza, Smith
non ha fatto cenno con Fernandez, e men che meno con Bernard, temendo che
potessero sorriderne. Uno simpatico, l’altro antipatico, ma in fondo ambedue
vanno avanti tranquillamente, come i tanti che di quelle tecniche di
meditazione hanno sentito parlare, ma non ne sono minimamente attratti. I più,
in genere, mostrano indifferenza verso tutto ciò che dovrebbe elevarli
spiritualmente, allo stesso modo di quel che è ovvio e continuo, come il fatto
di camminare o di respirare, almeno finché la salute li assiste: proprio i due
aspetti del corso scelto da Smith, dove il secondo è propedeutico al primo, per
chi decide di proseguire. Egli si chiede chi abbia più ragione fra immanenti e
trascendenti, e non sa rispondersi: se i primi li si può dire grossolani e
banali, i secondi possono essere inattendibili e altezzosi. Forse l’ideale, per
l’essere umano, è una posizione intermedia fra tali opposti e, nel tentativo di
immaginarsela, gli torna in mente l’orefice: è lui, tra i suoi conoscenti,
quello a cui meno si possono attribuire i difetti dell’uno e dell’altro tipo.
Quando lo rivedrà, però, si guarderà bene dall’entrare direttamente nel
discorso, altrimenti gli attribuirebbe un ruolo simile a quello di Jensen, e
non è certo il caso. Si parlerà di lavoro come al solito, di qualche argomento
di attualità, forse si entrerà in qualcosa di personale, ma senza troppo
approfondire: Smith, insomma, cercherà di evincere dalla conversazione
ordinaria quali contenuti psichici rendano la personalità di Fernandez quella
che è, anche e forse soprattutto dai modi dell’espressione, verbali e visivi.
III. Febbraio
Smith
entra nella cucina di casa sua per prepararsi un tè. Ha incontrato Fernandez
due volte; durante la seconda, quattro giorni fa, il commerciante è stato poco
loquace, per una punta di vergogna provata durante la conversazione precedente,
quando la sua aumentata voglia di parlare con lui era stata fin troppo palese.
Fernandez, però, non ne sembrava stupito o infastidito, interloquiva con lui
volentieri. Tra le righe delle osservazioni su certi nuovi sistemi espositivi,
quelle sulla situazione economica e politica in alcuni Paesi africani e altre
ancora, Smith cercava di scoprire il segreto di quello spirito, e ora riprende
la sua fatica, servendosi della memoria. Egli intuisce che la fede religiosa,
nel caso dell’orefice, ha poca o nessuna importanza, tuttavia, a quanto gli
risulta, esistono credenze filosofiche ed
esoteriche che si differenziano in qualche modo da quelle religiose. In
verità, la credenza non va confusa con la certezza, come fa chi aderisce
mentalmente a un oggetto immaginato allo stesso modo di come ognuno di noi
aderisce all’oggetto conosciuto, il mistico persino con più forza. L’errore è
tanto più consistente quanto più la credenza è improbabile e in contraddizione
con il concetto, ma sono proprio l’improbabilità e la contraddizione a caratterizzare
e sacralizzare l’oggetto della credenza religiosa. Il fatto che tale differenza
sia spesso sfuggita ai filosofi stessi è la principale causa per cui il
concetto della filosofia è correntemente spurio; basta attenersi all’etimo per
comprendere che filosofia è volontà di sapere, non di credere. Credenza
filosofica, dunque, può essere solo quella probabile, razionale e pur sempre
distinta dalla certezza, a cominciare dalla previsione che domani il sole
sorgerà, fino allo stabilirsi definitivo della pace nel mondo. Quelle a cui
pensa Smith in termini di credenze filosofiche, invece, si distinguono dalla
fede religiosa soltanto per la non appartenenza ad alcuna religione popolare,
come l’iperuranio di Platone, le ipostasi di Plotino, il dio modale di Spinoza.
Lo stesso vale per le credenze esoteriche: qui, anzi l’analogia con la fede
religiosa è maggiore, giacché attorno ad esse tendono a crearsi comunità
fornite di simboli e riti, spesso attinti da culti preesistenti. Se la ricerca
ha condotto Smith in questa direzione è perché credenze metafisiche e
superiorità d’animo sembrano congiungersi, ma quella superiorità è tale solo
rispetto a una ragione povera, provvisoria, quella che non oltrepassa il
perimetro dell’io individuo, e soffoca in esso. Al contrario, in confronto alla
ragione estesa, e al sapere e all’etica che da essa procedono, la fede
metafisica presenta immancabilmente i segni dell’inferiorità, per come
imbriglia la logica, umilia lo spirito critico, diminuisce la libertà, si
manifesta in forme confliggenti tra loro. La sapienza, la pace, il bene
originati dalla fede altro non sono che una premonizione, il segno del
desiderio di quelli veri.
Un’altra ipotesi considerata da Smith, ma da
lui esclusa dopo le ultime conversazioni con Fernandez, è quella di una
speciale e innata capacità intuitiva,
che attraverso il sentimento, senza coinvolgere la ragione, muova l’anima
sempre nella giusta via. Entrando in argomenti pragmatici e politici, l’orefice
si è dimostrato un po’ troppo logico perché lo si possa ritenere guidato solo
dall’intuito; se poi questo è pensato come una facoltà separata e financo
antitetica al raziocinio, si sconfina dalla scienza al regno immaginario del
paranormale, non certo il più affidabile. La ragione sarebbe solo un ingombro
se un’anima comprendesse verità e compiesse buone scelte senza il suo apporto,
con una consistente riduzione dei tempi e della fatica. Realisticamente,
tuttavia, più le questioni sono complesse e gravate di responsabilità, più
trascurare il ragionamento, monologico e dialogico, è rischioso e, oltre un
certo limite, del tutto folle. In gran parte, la speciale capacità a cui sta
pensando Smith è un sogno di leggerezza, a fronte di una realtà assai
impegnativa.
Anche dare per concluso un ragionamento
quando non lo è ha conseguenze nefaste, dalle quali non resta che imparare. Se
vi è dunque un intuito o sentimento prezioso, esso riguarda non tanto i fatti
esterni alla coscienza, quanto gli interni, e precipuamente l’eventualità che
la ragione, rispetto a un certo fatto da comprendere, sia incompleta: è
un’intima insoddisfazione, che spinge a sospendere l’azione corporea e a
riprendere quella psichica. Proprio questa è la misteriosa qualità di Fernandez
che Smith va cercando, e che è lontano dallo scoprire. In passato, quando
quella sensazione di vuoto è stata in lui più forte, Fernandez ne ha sofferto,
ma ora la avverte di rado, è più breve e non gli procura alcun disagio, col
tempo è diventato un automatismo mentale quasi piacevole. La mancanza di tale
virtù spiega anche il carattere poco amabile di uno come Bernard: la sua
ragione, arrivata a un certo punto, si arresta scetticamente, e nulla può
spingerla oltre, nemmeno la riduzione al minimo dell’altrui amore, fatto al
quale il broker si è adattato, e che ricambia, con velato sadomasochismo. Smith
non si è ancora abituato al disagio e non intende farlo, diventerebbe come
Bernard, ma non trova la via d’uscita, perché allettato dall’immagine
dell’illuminazione metafisica molto più che dai travagli del ragionamento. E
poi, dell’intera problematica egli ha solo un sentore, non un chiaro concetto.
Il tè è pronto, Smith si accomoda sulla sua
poltrona, cerca di concentrarsi sull’atto di sorseggiare e assaporare la
bevanda.
IV. Aprile
Smith fa una camminata per raggiungere un
negozio, e ripensa alla dottoressa Smirnova, la psicoterapeuta presso cui è in
cura da tre settimane. Lui ne è quasi innamorato. Certo, Smirnova ha un aspetto
piacevole, come pure la voce, ma, soprattutto, la dottoressa ha dimostrato di
non essere eccessivamente legata agli schemi analitici di scuola, e non lo ha
fatto sentire né infantile, né dominato da un super-io autoritario. La
sofferenza di Smith ha una radice più elevata, per così dire, più cerebrale
rispetto ai casi più frequenti, e mal si adatta alle solite eziologie
psichiatriche; non per questo è meno pericolosa, anzi, sta ostacolando le sue
attività più importanti, e minaccia di portarlo a uno stato depressivo. Dopo i
primi incontri, affrontati i temi e riflettuto, Smirnova gli ha proposto una
terapia basata sull’interazione tra uomo e asino. La cosa lo stupì molto, ma la
reazione era prevista, e la dottoressa continuò imperturbabile, parlandogli di
Linna, un delizioso luogo in collina, non troppo distante, dove un suo collega,
insieme ad alcuni assistenti, dirige un centro di zooterapia, sia con asini,
cioè onoterapia, che con altri animali. Lei stessa vi si reca più volte l’anno,
gli disse, non solo per collaborare, ma anche per il proprio beneficio. Da ragazzo,
Smith ha posseduto un cane, ma dopo la sua morte, per la quale soffrì molto,
non ha più avuto contatti diretti con animali. Non ricorda di aver mai visto un
asino dal vivo, e non aveva mai pensato che ciò potesse avere importanza, ora,
però, prova una certa curiosità, anche perché da uno psicoterapeuta si
aspettava tutt’altro, come test, sedute di ipnosi o esercizi mentali da
svolgere. Smirnova non glielo ha detto a chiare lettere, ma ritiene che
entrando in rapporto con l’asino, sotto la guida dello staff, scoprendone
l’anima e affezionandosi, il paziente sia indotto a modificare il criterio con
cui tende a valutare l’essere umano, che secondo lei è indice di un potenziale
disturbo bipolare. Importante è che Smith abbia un programma personalizzato, e
che gli incontri avvengano in orari diversi da quelli di chi soffre di
patologie o sindromi di tutt’altro tipo.
V. Giugno
Mentre è coricato sul suo letto, Smith sta
ripercorrendo con la memoria il suo incontro con Fernandez del giorno prima, e
si diletta dell’approvazione manifestata dall’orefice nel sapere della sua
esperienza con gli asini di Linna. In realtà, il suo è stato un racconto
manchevole, non avendo egli detto che la persona da cui ha saputo
dell’allevamento è una psicoterapeuta, cui si rivolse come paziente, e che
questa è appunto una terapia, indicata per disturbi di vario genere. Smith ne
ha parlato come di una scelta successiva a un’informazione casuale, e più che
altro si è soffermato sul suo contributo alla cura degli animali e sullo
scambio di affettuosità reciproche, in particolare con Abel, un somarello di
due anni. Il piacere per i complimenti di Fernandez, dovuti alla sua
descrizione degli amabili equini, del luogo in cui vivono e delle sensazioni
che ha provato, ha dovuto perciò fare i conti con un dubbio su di sé, non
essendo stato del tutto sincero. Tuttavia, la sua è stata più un’omissione che
una distorsione dei fatti e, in fondo, non è stato così grave escludere dal
racconto una parte, per quanto importante. Non era mica una deposizione in un
processo. Così, la sensazione positiva si riduce alquanto, ma resta, e per lui
è già un successo.
Maria, la compagna di Smith, donna poco
espansiva, ha percepito il miglioramento dell’umore di lui, oggi in
particolare, e l’idea dell’onoterapia, della quale non sapeva che cosa pensare,
comincia a sembrare buona anche a lei. Smirnova ha dunque visto giusto: Smith
aveva bisogno di distogliersi da una fissazione, quella dell’inspiegabile
superiorità di alcune anime, e di porsi in un altro punto di vista. Ha guardato
al di fuori della specie razionale, ma non fuori dal vivente, dal sensibile e
dal comunicante, e ha incontrato un’altra specie, che a noi si è affidata e che
ci chiede con muta dolcezza di non essere tradita, ricambiandoci in molti modi.
È stato l’asino, e ora Smith pensa di adottare un cane o un gatto, di quelli
che aspettano nei rifugi. La loro felicità è segno della nostra affidabilità, e
la presenza di quel sentimento in noi è segno del nostro essere coscienti.
Immagini ipnagogiche sempre più
indescrivibili prendono via via possesso della mente di Smith, finché si
addormenta, e nel sonno le immagini e i suoni diventano quelli del sogno, il
sostituto della vita durante il riposo naturale dei muscoli e della coscienza.
Buonanotte, Smith.
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