domenica 29 gennaio 2017

Concordia d'interessi

Mediamente, l'uomo non dispone di una piena coscienza quanto al proprio stesso interesse, né come individuo né come specie sociale. Questo porta alla partizione dell'interesse in quattro forme principali:

                      autentico ( I )
generale {
                      fittizi( II )
                    

                             concordante ( III )
 particolare   {
                             discordante ( IV ).


I è il bene della specie umana, una specie sociale e legata ad altre specie naturali; esso è tanto più comprensibile quanto più ampia è la percezione della realtà. II è ciò che appare come bene generale, ma non lo è affatto, o solo parzialmente, e lo rivela il tempo.
III è il bene del singolo, o dell'insieme parziale, come famiglia, categoria e nazione, concordante con quello generale. IV è il supposto o provvisorio bene particolare, discordante con il bene generale.

Nell'espressione “conflitto d'interessi”, l'interesse generale è coinvolto indirettamente; le due parti avverse, nell'immediato, sono III e IV. Bisogna che un amministratore si astenga dalle decisioni che coinvolgono suoi parenti od averi perché gli esseri umani sono miopi riguardo al loro autentico bene. Ogni giorno ci si trova nella possibilità di scegliere tra interessi di segno opposto, una scelta che è rimessa all'etica, all'intelligenza di ciascuno. 

Percepire costantemente l'appartenenza di sé ad un insieme, e tale insieme ad uno più grande, fino a comprendere il Tutto: è questo che porta a scegliere sempre l'azione benefica. Al contrario, pensarsi sostanza sui generis, come singoli, clan o nazione, ha come conseguenze odio, violenza e guerra.

Essere amati da tutti: questo, in sintesi, il vero interesse individuale, tanto più attuabile quanto più l'agire è volto con cognizione all'interesse generale.

mercoledì 25 gennaio 2017

La babele del pensiero

  Nel confronto fra le determinazioni che percepiamo è il principio della conoscenza. Si parte da ciò che presenta relazioni più evidenti con l'oggetto determinato e, percorrendo la strada fino al suo termine, si può arrivare al sapere ontologico, alla “cosa”, o ente. Ciò vale anche per la conoscenza di noi stessi, e se, come specie, il confronto immediato è con i mammiferi, come individui e gruppi dobbiamo misurarci con quelli della nostra specie. Conoscere è anche valutare, e valutare se stessi significa misurare la propria forza. Ecco in che senso duello, gara e battaglia, laddove il divario non è subito evidente, producono conoscenza. La continuità tra uomo e regno animale è palese nelle tenzoni corporee, indiretta quanto più la dimensione intellettiva occupa il campo della sfida. Effettuate le misure, i rapporti tra le parti in gioco sono stabilite per un certo tempo, se non definitivamente: una sarà dominante e l'altra sottomessa, a meno che non risultino equivalenti. Nelle società avanzate tale equivalenza è posta a priori: l'eguaglianza del diritto prevista costituzionalmente discende dall'affermazione di una verità di base, quella secondo cui chi è nato da essere umano, prima di essere maschio o femmina, grande o piccolo, bianco o nero, povero o ricco, è sua volta essere umano, ha forza come tale, gode di un valore primario, non quantificabile, a cui si aggiunge ogni altro fattore soggetto a valutazione. Le eventuali ostilità tra individui o gruppi non devono mai oltrepassare questo segno. Logicamente, chi dimostra nei fatti di non aver colto il concetto si espone alla medesima negazione, ed il suo valore primario diviene calcolabile al ribasso.
   Il riconoscimento dell'eguaglianza essenziale è conquista del più grande rilievo; ha richiesto secoli di sforzi e di sacrifici da parte dei più coscienti e, dov'è disatteso, o peggio misconosciuto, l'opera deve andare avanti. Tuttavia, questo traguardo appare transitorio ad un pensiero esigente. Le disuguaglianze secondarie, spesso macroscopiche, sono il successivo limite all'amicizia universale, denominazione con cui si può definire il progetto che, su questa Terra, si trova al di sopra di ogni altro progetto, il superamento dell'odio e della violenza, sia tra gli esseri umani che tra uomo e natura. Esso è già in esecuzione nel momento in cui un individuo comunica concetti estesi, siano essi ontologici, fisici, biologici o antropologici. Ne sono primordi le intuizioni dei Greci e degli Indiani antichi, ed è proseguito, tra mille errori e falsità, con il meglio del pensiero europeo, dall'umanesimo in avanti. Recepiti dai politici innovatori, tali raggiungimenti si sono tradotti nelle leggi democratiche, al costo di lotte aspre, spesso sanguinose. La via comunista all'eguaglianza si è invece rivelata fallimentare: sorto dalla negazione della filosofia, relegata da Marx a “sovrastruttura”, non guarda che alle condizioni economiche, trascurando quelle psicologiche. La società che ne deriva somiglia ad un ingranaggio di cui ognuno è un dente di rotella, salvo i governanti, addetti alla manutenzione. Fa bene l'autorità politica a intervenire sull'economia attraverso le giuste regole, e buona cosa è la ridistribuzione del reddito; quel che manca è la ridistribuzione dell'intelligenza, anche per i pregiudizi derivanti dall'innatismo.
  L'avanzamento del progetto richiede politiche su famiglia ed istruzione in cui si riconosca l'impronta della filosofia razionale, oltre ad essere scientificamente aggiornate. Le percosse e le frottole devono sparire dalle abitudini educative verso i bambini. Chi insegna, in qualunque sede, deve aver tatuata nella mente la differenza tra verità e congettura, e mai sostituire la prima con la seconda, né il sapere con il credere, il concetto con l'ipotesi. La scuola dev'essere anzitutto il luogo in cui conoscere se stessi in quanto esseri umani, animali razionali, parte e coscienza del Tutto; la logica e l'etica devono appartenere ai programmi sin dagli anni obbligatori, naturalmente nella forma più semplice, come avviene per la lingua e la matematica. Cancellata in nome della ragione la babele del pensiero e la barbarie che ne deriva, il progetto sarebbe completamente realizzato.




mercoledì 16 novembre 2016

Potere del popolo

  Se l'essenza della democrazia è l'accessibilità di tutti i cittadini alla decisione politica, anche se ne considerassimo solo le forme dirette, allora la democrazia non è l'essenza della società giusta. Questo solo diritto non garantisce automaticamente l'insieme dei diritti reali, che sono altri, come l'inviolabilità della persona, la legittima proprietà, l'equa retribuzione in cambio di lavoro, l'istruzione di base, le cure mediche, la manifestazione del pensiero, la legittima associazione, l'azione in giudizio; l'uno e gli altri sono chiaramente riconosciuti nelle costituzioni avanzate, ma se, per ipotesi, una procedura del tutto differente avesse la forza di garantire i diritti reali in misura superiore, chiunque avesse altro mestiere potrebbe fare a meno della partecipazione politica senza subirne alcun trauma. Se ci trovassimo di fronte ad un aut aut tra il diritto di voto ed il perfetto funzionamento della giustizia, saremmo folli se non scegliessimo il secondo. Immaginiamo che quello di comprendere al meglio il diritto e l'interesse comune sia il prodotto di talento e preparazione, come lo è, al livello professionale, suonare il pianoforte o giocare a tennis: in tal caso, sarebbe possibile un esercizio del potere politico vincolato semplicemente ad esami, apprendistato e promozioni. Non per questo parlamentari e governanti, se manifestassero un decadimento nella qualità del loro operato, sarebbero inamovibili, poiché, come negli altri campi, il giudizio, l'influenza e gli strumenti a disposizione portano a gratificare i meriti ed a penalizzare le mancanze e le storture.
  Se, invece, intendiamo con democrazia la garanzia dei diritti reali per tutti i membri di una società, passando cioè da un concetto procedurale ad uno sostanziale, l'equivalenza che cercavamo è posta. Il δῆμος è l'intera popolazione di un territorio, senza esclusioni in basso, come avveniva nelle antiche democrazie greche e nella Roma repubblicana, né in alto, come nell'accezione medievale e moderna; c'è democrazia laddove il κράτος fondamentale appartenga a tutti, indipendentemente dall'ordinamento politico.

mercoledì 2 novembre 2016

Ex colonie

      È passato all'incirca mezzo secolo da quando ebbe quasi ovunque termine la sovranità delle potenze coloniali europee in Africa e in Asia, con il consenso di tutte le parti in causa. L'indipendenza fu però fortemente limitata dagli interessi in loco degli ex colonizzatori e degli Stati Uniti, che, nel quadro della guerra fredda, ostacolarono la via socialista a una possibile uscita dalla condizione di sudditanza e di povertà in cui versava la stragrande maggioranza delle popolazioni locali. A ciò si aggiungeva il mantenimento, nel passaggio all'indipendenza, di confini che erano stati tracciati senza considerare le omogeneità e le differenze tra i gruppi, per cui la funzione sociale delle tradizioni, già ampiamente scemata, si trasformò in un ostacolo alla pace. Tutto ciò si è tradotto in un caos e in un orrore che continua tutt'oggi, e che si è anzi esteso alle acque del Mediterraneo, dove spesso ha tragicamente termine la fuga dal dilagare delle ingiustizie e delle violenze.
  Il massimo obbiettivo, da parte di tutti, dovrebbe essere la rimozione delle cause che spingono alla migrazione di massa: è dunque indispensabile che i Paesi d’origine conoscano un grande progresso sociale, economico, politico e culturale. Da parte dell’Europa, è necessario adeguare le relazioni con chi risponde direttamente della situazione: non è tollerabile alcuna connivenza con governi dittatoriali, né va assecondata l'ipocrisia di quelli solo formalmente democratici. Va impedito che gli aiuti economici finiscano nella voragine della corruzione. Devono sorgere nuove personalità politiche di alto profilo, accolte con favore leggi che sanciscano la proprietà pubblica delle più importanti risorse naturali dei Paesi, perché favoriscano il benessere delle popolazioni, incentivati gli investimenti lungimiranti e la salvaguardia dell'ambiente. Gli eventuali interventi armati internazionali devono svolgersi ponendosi sempre dalla parte di chi subisce. Da parte loro, le popolazioni locali devono superare lo stadio della fuga verso l’Europa o l’Occidente come unica speranza, spesso illusoria, o peggio, quello del terrore in nome di principi retrivi. Esse devono comprendere il valore della lotta per i diritti democratici, contro le violazioni dell'interesse generale di chi persegue solo il proprio effimero vantaggio individuale, qualunque sia il suo colore.

domenica 11 settembre 2016

Il filosofo

   Nell'uomo, la funzione di rendere accessibile l'essere alla coscienza è svolta da un organo psichico il cui nome è ragione. Essa si mette in movimento sin dall'infanzia, della specie come dell'individuo, ancora involontariamente, quando trova nell'esperienza del mondo le prime costanti quantitative e qualitative che col tempo, una volta intervenuta la volontà e disciplinato l'apprendimento, si costituiscono rispettivamente in matematica e logica: nelle costanti, essere ed esperienza si incontrano. Una normale padronanza del linguaggio e dei numeri basterebbe a fare di un uomo un filosofo, se il momento applicativo delle discipline non prevalesse sulla pura riflessione tanto da rendere l'esplicazione discorsiva dell'essere un'impresa da titani. Parmenide ebbe il merito di porre l'unità e l'eternità dell'essere, ma lo fece negando il divenire, e da allora l'antitesi non fu mai effettivamente risolta. Martin Heidegger lamentò che l'intera storia della civiltà occidentale è “oblio dell'essere”, ma alla sentenza non seguì la giustizia: diversamente espressa (essere - ente) l'antitesi è rimasta, e se il “pastore dell'essere” o il suo nunzio possono trovarsi a loro agio in un regime nazista, laddove un pastore luterano come Dietrich Bonhoeffer lo combatte fino alla morte, di quell'oblio bisognerebbe auspicare il mantenimento perenne.
  Tuttavia, perlustrando il mondo si troveranno prima o poi le manifestazioni di un'etica che dice sì alla libertà individuale purché unita alla responsabilità, e sì alla tecnica purché sottomessa all'ecologia; quella di chi sa calcolare il valore delle azioni e le retribuisce in base ad esso; di chi stima più la crescita concettuale di quella materiale; di chi non ha bisogno di mentire; di chi ama la località di vacanza chiamata vita, vuole gustarsi il viaggio e farlo gustare ad altri, il più possibile. Questo proverebbe, più di qualunque ricerca bibliografica, che da qualche parte l'ontologia è stata efficacemente formulata, e che nel campo di forze delle idee il filosofo c'è.

venerdì 2 settembre 2016

Avanzamenti e anacronismi

   Perché prendano forma compiuta, i grandi ambiti del sapere richiedono il concetto della continuità fra le determinazioni che riproducono nella coscienza gli enti percepibili o immaginabili. Con questo gli enti nulla perdono della loro individualità: cade semplicemente l'illusione di una cesura nello spazio o nel tempo che segni i limiti di qualunque cosa. Ogni corpo, almeno a livello atomico e subatomico, ha rapporti costanti di acquisizione, di cessione o di scambio con altre entità, aeriformi, liquide o parimenti solide; per la stessa dinamica, ogni ente nasce e perisce. Se l'osservazione si addentra nell'oggetto per individuarne il limite, le nostre unità spaziali e temporali comprenderanno in realtà elementi anche degli oggetti con cui il primo si trova in relazione: gli enti sfumano l'uno nell'altro, e persino i componenti subatomici delle cose potrebbero trasformarsi, ai limiti dell'universo.
   Lseparazione sostanziale è dunque oltre ogni possibile esperienza, e non riguarda le parti determinabili di alcun complesso, come l'uomo, la natura, l'universo, la totalità. Il dualismo, nei consueti termini di spirito e materia, anima e corpo, uomo e natura, è ancora un comune modo di pensare; tuttavia, almeno negli Stati che hanno abolito gli obblighi religiosi, oggi si può smentire senza mettere a repentaglio l'incolumità fisica, e questo lo si deve ad una lunga e drammatica storia di pensiero e di ricerca scientifica. Il problema, tuttavia, non si risolve eleggendo uno dei due termini della dualità a fondamento dell'insieme, con detrimento dell'altro, da cui l'annosa disputa fra spiritualismo e materialismo. Gli avanzamenti scientifici degli ultimi cento cinquant'anni, in fisica, biologia, psicologia e tecnologia, hanno creato le migliori condizioni per il superamento di queste antinomie. Si può ancora parlare ragionevolmente di materia come del genere di cose che hanno un effetto immediato sulla nostra sensibilità, di spirito come dei contenuti psichici più complessi, o come stato d'animo, ma nessuno dei due, né i loro sinonimi, rendono il concetto di unica sostanza. Appunto sostanza è invece termine indubbiamente consono all'unitarietà del tutto.
   La sopravvivenza ai nostri giorni del marxismo, in quanto materialismo, è perciò ascrivibile alla lista degli anacronismi culturali, di seguito alle varie osservanze religiose che lo superano in antichità. Nato come reazione all'idealismo hegeliano, il materialismo di Marx contiene l'antropologia più avvilente che si possa immaginare, per la svalutazione del pensiero, i cui ordini di idee giammai incidono significativamente sul divenire storico. Il vertice dell'evoluzione biologica sul pianeta è degradato a “sovrastruttura”, ove le idee dominanti sono emanazione e stampella dello status quo, mentre quelle osteggiate e censurate da chi è al potere sono il preavviso dei prossimi rivolgimenti, che avvengono per una dinamica tutta interna all'economia. Ad una teoria rivoluzionaria bisognerebbe quindi pensare come alla meteorologia rispetto al tempo che farà comunque, ma l'insistenza di Marx e dei suoi seguaci nel pensare e nel parlare dimostra l'intento di provocare con le idee eventi che secondo la loro stessa teoria non dipendono dalle idee. È un esempio di come le carenze concettuali a cui accennavo rendano contraddittorie le elaborazioni teoriche.
   Fino ad oggi, il solo effetto del marxismo sui fatti concreti è stato quello legato alla crescita industriale di Paesi arretrati, qual'erano a loro tempo la Russia, la Cina e i rispettivi satelliti: da quegli assunti teorici si ricavò infatti uno strumento demagogico eccellente per le vaste popolazioni chiamate ad un lavoro tanto duro e prolungato, mentre, per quanti non ne erano persuasi, essi fornirono la legittimazione all'uso del pugno di ferro. Altri Paesi in fase critica, come l'Italia e la Germania fra una guerra e l'altra, per ragioni analoghe si affidarono al socialismo nazionalista. Raggiunto o avvicinato lo scopo, però, tutti hanno più o meno aperto i portoni alla libertà di impresa e di mercato, eccettuata la sclerotica Corea del Nord. Tuttavia, si può sempre denunciare l'accaduto come un tradimento della dottrina marxiana. Essa resta così sempre pronta, con le sue spiegazioni ed i suoi rimedi, per le ricorrenti crisi del sistema economico dominante, di cui i credenti continuano a preconizzare e ad auspicare il crollo: in tal modo, nel magico mondo venturo, costoro avranno maggiori possibilità di rivestire ruoli di primo piano, o almeno non anonimi e pesanti come quello dell'operaio, anche se “emancipato”.








venerdì 26 agosto 2016

L'edificio del sapere

   Il desiderio di conoscere, l'esigenza di estendere il patrimonio dei concetti, è propria anzitutto dei bambini, poi, in una cultura dinamica, di molti adulti; ove infine l'estensione proceda dal particolare verso il generale, dal relativo all'assoluto, perché si ritorni alle contingenze attuali con una volontà più cosciente, siamo in presenza della filosofia in senso stretto. L'incessante attitudine al sapere ha innalzato sul fondamento dell'esperienza un edificio che si presenta ora composto dalle diverse scienze. L'aspirazione superiore della filosofia si è manifestata molti secoli prima che tale edificio assumesse l'attuale imponenza, nemmeno immaginabile per l'antico Greco, lo scolastico medievale o il brahmano vedico. Fermo restando l'inestimabile valore storico dei maggiori risultati giunti fino a noi, le componenti arbitrarie che spesso si insinuavano nella speculazione non potevano che ridurne quello concettuale, del qual fatto ben si avvedevano gli scettici, e non solo loro.
  Con l'affermarsi della scienza moderna, si presenta la condizione ideale perché l'opera si completi con la sua parte sommitale, a patto che i termini dell'intera questione si rendano perfettamente chiari, entro ciascun ambito e nella continuità tra di essi. Esperienza e ragione stanno a fondamento dell'edificio; logica e matematica ne sono la struttura portante. La scienza è approfondimento e applicazione interna al contingente: l'universo stesso, avendo anch'esso origine in altro da sé, e trapassando in altro, comprende sì ogni altro oggetto della nostra conoscenza, ma è pur sempre parte del tutto. La fisica in senso lato include la biologia, la biologia include la zoologia, la zoologia include l'antropologia, e l'antropologia include la psicologia umana. Tra i compiti della scienza rientrano l'analisi dei processi evolutivi per i quali dalla sensazione si arriva al pensiero, dall'istinto alla coscienza, e le definizioni di verità, ipotesi e volontà, in quanto enti psichici. A questo punto, per deduzione dal sapere empirico, il passaggio al piano filosofico diventa perfettamente praticabile. Qui non abbiamo più determinazioni da studiare, ma solo conseguenze da inferire; non c'è questa o quella cosa, ma “la” cosa, "l'ente in quanto ente", diceva già Aristotele e, più oltre, l'insieme degli enti in perenne divenire, il tutto; non il causato, ma l'assoluto; non l'accidente, ma la sostanza; non le entità limitate nello spazio e nel tempo, ma l'essere eterno. Tornando alle scienze, l'acquisizione dei concetti ontologici ne permette uno svolgimento libero dagli opposti condizionamenti del fideismo e dello scetticismo, e ciò ha particolari effetti nel costituirsi dell'etica come scienza antropologica.
  Portato a compimento, l'edificio sarà tanto soddisfacente da diventare in breve tempo il solo a svolgere le funzioni di scuola, di laboratorio e di studio per qualsivoglia progetto, individuale, sociale, politico. Immaginandone le conseguenze, non può essere che questa, espressa in estrema sintesi, la migliore delle ipotesi per il futuro.